Lo specchio della realtà 

In una realtà fatta di specchi, non muoversi più come riflessi, ma, a fatica frantumarsi e graffiarsi tra i vetri ormai rotti. Così a volte mi capita di pensare, di vedere. Sono quegli attimi in cui tutto ciò che c’è attorno a noi scompare. Tutte le illusioni non ci sono più, resta solo qualcosa di più vero. Qualcosa di decisivo, essenziale, per la nostra presenza nella storia. È qualcosa che riguarda sia la nostra personalità particolare, che un certo senso superiore, come se ci venisse messo dinnanzi agli occhi un segno della tendenza che noi, per natura, dobbiamo seguire. Mi capita camminando accanto ad una statua, la statua di Francesco Petrarca. Maestoso sta sul suo piedistallo, reggendo un libro. Ecco, tutto: impegni, cose, persone che credevo importanti spariscono, resta pochissimo. Solo una emozione, un’indicazione che punta verso un fine, che pare dire “Quello che stai facendo proprio ora, è giusto per la tua vita” Anche a lezione, —fu qualcosa di stranissimo— stavo osservando la professoressa parlare, come sempre, negli occhi. Ed ecco, fissandomi sul suo occhio destro, mentre si voltava, di nuovo, quella sensazione. Che questa volta pareva di intesa, come se anche lei l’avesse provata in quello stesso istante. Cosa accade quando non siamo più riflessi? Io credo che noi conquistiamo il massimo della nostra autenticità, per quell’istante il nostro carattere emerge a pieno, senza più alterazioni, condizionamenti, ci troviamo ad essere in un mondo che però scompare, poiché troppo illusorio. Solo le cose che ci hanno colpito davvero, che abbiamo vissuto davvero restano tra i rottami, sfolgoranti: la natura, la storia, la stima, possono attivare questa pacificazione. Se tutti noi prendessimo a vedere la terra come una sfera lucida e compatta, sulla quale  noi saremmo solo copie, immagini di qualcosa che c’è in noi, ma che emerge e può emergere solo nel momento in cui viviamo come è giusto vivere sulla vera terra, allora dovremmo concludere che la realtà di ogni giorno sarebbe solo un gioco. Un falso. Ci deve essere allora qualcosa —una certa abitudine— che ci impedisce di esser noi stessi. Questa abitudine da dove deriva? Da molto lontano. Dal momento in cui gli uomini, terrorizzati dall’effetto che poteva fare su di loro il dolore, pur di non subirlo più, smisero di essere se stessi. E iniziarono a fingere, si staccarono dalla natura a favore dell’artificiale sfrenato, abbandonarono i loro sogni personali, —parlo di un’età ben precedente a quella in cui gli uomini si facevano schiavi per cercare protezione, infatti, c’è proprio bisogno di arrivare a ciò?— divennero più sociali tra di loro, certo, ma a quale prezzo? Ora stavano insieme per convenienza, per trarre il piacere, o meglio l’utile della compagnia in sè, ma nelle loro azioni non c’era più fiducia, niente valore di stima, niente riconoscimento dell’unico vero universale che ci lega: siamo tutti terrestri. Siamo tutti uomini. E non c’è alcun motivo che qualcuno di noi sacrifichi la propria vita in favore della paura. Si dovrebbe rialzare il capo, pensare di nuovo di poter volare nel cielo, e certamente molti uomini lo fanno, sanno scegliere, stanno alle convenzioni, ma capiscono che nella vita comune privata, possono tornare alla loro natura. E con natura intendo la spontaneità, quel gruppo di qualità che si deve determinare, che è l’essenza della nostra esistenza. Come quando, abbracciati alla persona che più amiamo, baciandola e stringendola forte, non riusciamo a pensare a nulla di più naturale di noi due.

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