Io sì.

È triste quando di un brano ricordiamo solo l’essenza, ma non le singole note. Ci appare solo una parte, l’inizio magari, che poi scema subito, dopo due, tre note, lasciandone intatta solo l’atmosfera… Ma questa è bravura! Questa è meraviglia! Come quando osservando un ponte su un fiume, basta quella scena immediata ad accendere in noi tutto ciò che su quel punto della nostra mappa rimembrale è avvenuto, è stato e… Sarà. Già, perché quel luogo, quella canzone, ci accompagneranno sempre, con la medesima intensità, quella con cui l’hanno ideata  il generoso genio architetto o musicista che ce l’hanno consegnata. Anche un profumo, forse massimamente un profumo, può fare ciò. Qui chi ci consegna la grazia di un momento di ricordo stabilmente malleabile, stabilmente fumoso, e perciò stesso immaginifico, è quella persona che scelse quel profumo per noi. Sono lacrime d’acqua dolce quelle che questi rimembrari ci riservano. Lacrime che non sono proprio da darsi alla tristezza, ma alla dolcezza che tanto amo trovare nelle cose. Come quando durante un addio, già tristi nel cuore, la nostra malinconia, come una balena dagli abissi, inaspettata e con resistenza, sale per un poco dall’onde del nostro sorriso, —solo una lunga linea nera se ne vede— spruzzando il suo aspro respiro. E noi, accorgendoci amaramente di ciò, mentre pensavamo di essere forti, di poter ancora un poco trattenere il respiro, nelle profondità della nostra abitudine, potremmo dire: “Ci rivedremo un giorno, intanto io ti ricorderò sempre, e tu, tu sappi che questo viso, questa espressione ch’emerge, non sono per te… E non lo sono mai stati…” Così scene immense possono manifestarsi dal nulla, storie infinite ed emozioni che vanno oltre l’umano ovvero, oltre l’umano che umano non è. Tutto il reale si tinge dello stesso giallo della luce di quel lampione. L’aria ha un profumo diverso. Una freschezza diversa. Quando nella malinconica notte senza fine troviamo di non volere poi molto di quello che abbiamo dinnanzi. Solo che non ci accorgiamo che non l’abbiamo davvero dinnanzi. Poiché quello che vogliamo c’è veramente davanti a noi, e ci si deve alzare per prenderlo. Il resto è falsità, dissoluzione, e come una frusta ci istiga al dolore. Se è vero che i primi uomini furon giganti, forse sarebbe bene chiedersi il perché: come fecero a svettare sopra ogni difficoltà, come fecero ad attentare l’Olimpo persino? Ma noi siamo qui, nel nostro caldo giaciglio e non vorremo mica alzarci ora, nevvero? Beh io ‘spondo, “Io sì”.

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