Il grande concerto

Me ne stavo seduto, al margine di un palco scenico. Ero in una di quelle posizioni che gli artisti possono capire: dopo il concerto, la recitazione, la danza… Con la camicia appena attaccata al corpo, il respiro profondo, la cravatta appena allentata: stanco, ma intensamente soddisfatto. È questa una condizione in cui la linea dei pensieri segue la nostra respirazione, e genera, su questo tempo, una canzone. Ci pare di essere in armonia con tutto ciò che potrebbe accadere, ogni singolo momento che ha preceduto l’impresa si accende della luce della fatica compiuta, della ottima riuscita dell’opera. Non è uno di quei momenti dove, semplicemente, si guarda indietro e, in base al nostro equilibrio emotivo, vediamo solo i beni o i mali, senza capire che, se ci son stati tanti mali, stiamo trascurando di guardare ai beni, non li vediamo, come assuefatti da un bene che diviene la normalità, ma non è e non deve essere banale! Così viceversa… No. È un momento di immenso riposo quello che io dico: tutto il vissuto e il “possibile vivente” è chiaro, si vede per quello che è. Non ha più senso la fretta, l’attesa si veste d’oro e il risultato si imprime, maestoso, in una vita che ha saputo percorrere, tappa per tappa, risultati sempre migliori. Non è però una strada con punti fissi, no. È piuttosto una strada di curve, dolci o aspre, dove le mete non sono che punti per proseguire. Ogni punto. Proseguire per dove? La risposta più certa e sincera, che non vuole andare a forzare la nostra natura, io credo, è: verso il mio meglio. Ma non basta ragionare in questi termini. Bisogna, davvero, come fenici rialzarsi dal basso delle proprie ceneri, e risplendere ogni volta come non mai prima. Bisogna davvero alzarsi in una nuvola di fuoco e cantare alle stelle il nostro fischio migliore, modellandolo a dovere, spingendolo al grado più meraviglioso al quale la nostra anima può aspirare. Tutto ciò, ricordando, anzi sapendo, avendolo interiorizzato, che un suono, finché nessuno lo sente e può apprezzarlo o giudicarlo al fine di renderlo migliore da peggiore che era, non può sussistere. Noi canteremo sempre per qualcuno, fosse anche per noi stessi, — anche se fosse, lo faremmo, insieme, anche per il mondo. Un qualcuno che non è però chiunque. Ci sono nel mondo migliaia e migliaia di altre persone, che tutte, se volte alla collaborazione e alla realizzazione sono pronte ad essere intonate con noi. E queste persone devono avere ciascuna il suo suono. Devono, e ciascuna diversa, divido e ripeto. Così, solo in questo modo esisterà un’armonia. E dove qualcosa stona, il compito comune è tentare di correggere, senza forza, questa incrinatura, anzi, moltissimo meglio, fare in modo che la stonatura capisca e veda da sè il suo errore, così da correggersi. Troppe volte dimentichiamo che i falsi problemi non esistono, che ci sono degli schemi, ma che non sono fissi, che ci muoviamo in una rete che è finita ed unica, irripetibile. E che la nostra stessa tela di ricordi lo è, irripetibile. Quando lo spettacolo più grande è terminato, come ci sentiamo? E quando uno mediocre finisce, cosa possiamo fare? Queste domande non riguardino solo l’arte… Osserviamole, in primis per noi, e per chi ci sta intorno. Se ogni singola ora, giornata, diviene uno spettacolo meraviglioso, dove nessuno recita però, ma dove ciascuno è, per natura, come sarebbe la vera storia dell’umanità? È come se guardassimo appena oltre il nostro naso: — e forse in questi tempi occorre circoscrivere un po’ la visione, per solo poi allargarla — solo noi, possiamo scoprirlo.

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