I capelli di Fedone

A volte una storia può portarci molto più lontano e oltre, forse proprio da un’altra parte anzi, di dove volevamo andare… Ma è allora che veramente un viaggio è compiuto, e ciò che più per noi è importante emerge.
Chissà perché. Perché Fedone aveva quei capelli lunghi, insoliti per la sua età nella Grecia del IV-V sec a.C… Forse che, egli sapeva già, che Socrate sarebbe infine morto, per la sua grande integrità morale? [e dunque per tradizione avrebbe dovuto tagliarseli, in lutto]
Nostalgia. C’era un ponte bellissimo giù, verso il vecchio fiume… Ci andavo spesso per osservare l’acqua, i pesci… I piccioni che cercavano qualcosa tra le foglie, qualche passante e il solito incorreggibile venditore di rose, che le offriva alle macchine ferme ad un rosso semaforo… Avevo con me poche cose: un libro, un quaderno per scrivere e una matita. L’inseparabile corredo: gomma e temperino. Mi manca tanto quel tempo in cui, freddo o gelo, correvo in bicicletta alla panchina poco distante dal vecchio ponte per… solo per sperare. Seduto, imbacuccato, potevo vedere dal cielo cadere pelo per pelo i capelli di quel povero Fedone… E l’anima di Socrate, come promesso, salire in un posto migliore, mentre le lacrime degli amici scendevano verso uno peggiore. Ma restava quella cerniera tra la perdita e la vita: la nostalgia, la stessa che potevo cullare anch’io per tempi passati. Talvolta per tempi futuri. Ma quelle volte in cui andavo al ponte tutto ciò che desideravo era ricordare e immaginare: come un veliero spingermi nelle acque più lontane, aspre o nebulose della mia mente e constatare, come un triste capitano, che la terra è ancora ben lontana e il viaggio incerto: voglio dire, ero sul limite di perdere il mio amore, ma c’era ancora il margine di tutta un’illusione, lo spazio teso di un mattino d’inverno e di un tardo pomeriggio di prima primavera che brillavano alle mie spalle, con di fronte un panorama come di una tempesta, che si può però evitare: gli scogli sono ancora illuminati da certi raggi di sole che trapassano le nubi, e dunque di fronte a noi non c’è un solo nero, ma anzi, tante chiazze diverse. Poi venne la tempesta, passò molta acqua, molta terra sotto al naufrago che cominciava a cercare un’isola da abitare. Quello che avevano perso Fedone ed il naufrago era molto simile: non c’era più la certezza dell’ispirazione, della spinta ad agire bene e a farsi più rosei per il bene del mondo che quel maestro e quel legame implicavano. C’era ormai la necessità di fare da soli, e non per colpa di nessuno, infatti c’era ben stato un giudizio e le conseguenze erano state legittimate.                                   Senza un maestro, senza supporto sembra che tutto quello che abbiamo davanti sia spento. E se lo desideriamo vedere acceso può risolversi anche quella luce in un’ombra di illusione… Ci possono dire che sia la luce che l’ombra non hanno fondamento, tanto non c’è più un dio della confutazione a proteggerci… Eppure, ecco la sua parola che torna, il suo ricordo: se due cose contraddittorie sono entrambe false, significa che c’è un inganno! Una delle due deve esser vera. Non resta che applicarsi in modo da ricreare quello che abbiamo perduto, non resta che volgersi a chi lo afferma con noi! Infatti nemmeno Fedone era solo nell’ultimo giorno di Socrate, altri lo seguiranno. E questi, sono loro i nostri veri amici, quelli che senza alcun sforzo prestamente incontriamo, nessuna domanda, nessuno sforzo… La nostalgia futura si avvera!                                                  La vita va fatta in comunione, va fatta in fiducia, in sostegno reciproco e in vista della soddisfazione più grande: vedere sè insieme agli altri realizzati. Ciascuno con la sua luce propria, non come un tutto che solo raccogliendosi dà luce, dico proprio come un insieme di luci, che sfolgora.

Anche io tendo la mano a Fedone, lo saluto, siamo amici, siamo allievi di una stessa stella, e ne portiamo la luce.

[Un triste pensiero sulla propria natura può volgersi per un piccolo segno alla sua estraniazione, ma ripresa la forza nella contemplazione del sentimento, nulla potrà bloccarne l’espansione: conosci te stesso, niente in eccesso: così Apollo ci indica Socrate, così Socrate ci indica una via…]

Al di là del principio del dolore 

“Non serve in questo momento un brav’uomo”

“Ebbene, questo è invece il momento in cui uno servirebbe più che mai.”

Cosa accade quando decidiamo deliberatamente di sottoporci al male? Intendo, quando vediamo che qualcosa è migliore, lo riconosciamo come tale, ma nella nostra “debolezza” evitiamo di guardare a quel virtuoso esempio, per rifugiarsi nell’ingiustizia e nella sofferenza? C’è una sorta di cappa, un grigiore morale che induce questo comportamento: è come se lo stimolo a reagire, a dire basta, a uscire da uno schema, che pur vediamo peggiore, fosse tanto attaccato alla nostra mente, al nostro io cosciente e non, da impedirci di liberarci dalla scelta di perseverare nel dolore. Ed è evidente che chi sceglie di stare nel dolore lo sceglie coscientemente: sa, ogni volta che dice “la vita fa schifo” o “non serve un buon uomo ora” che in realtà, questa è una sua illusione, sa che invece tutto potrebbe andare in una direzione migliore, se solo non avesse paura, o se solo si sforzasse davvero, di superare quella coltre che lo blocca in uno stato di inibizione a reagire. Ed è una malattia comune, c’è chi ci consola, ma nel momento in cui qualcuno ci invita a reagire o ci si presenta come via di fuga, quei soggetti lo scacciano, e amaramente, ma pure, non possono farne a meno. Questo accade perché non hanno voglia di reagire, o perché non lo possono fare, costitutivamente? Forse che quella muraglia ideologica che li imprigiona, costruita da se stessi e mitizzata dalla società — dalla maggior parte della società, non da tutti, e dico bene — (si) imponga silenziosa solo ai caratteri più deboli a … A cosa? Alla ragione? No, loro sanno dove sono, lo sanno, ma evitano di ammetterlo, oppure lo ammettono tristemente, ma non si muovono. Al sentimento? Nel senso che non riescono ad esprimere in maniera piena la loro emotività, oppure lo fanno ma falsandola, rendendola schiava della muraglia ideologica stessa? No, non ancora, questa è un’altra conseguenza, non un inizio. Alla solitudine, forse? Forse temono che sorpassando quella barriera perderebbero troppo: un mondo intero, le sue strutture, i rapporti che hanno in esso, non tutti spregevoli. Ma, vediamo, cosa guadagnerebbero? Un mondo nuovo. Qui apparirebbe loro l’irrealtà del male, la sua radice strana e sempre selezionabile, sarebbero investiti di nuove responsabilità: ogni azione, ogni rapporto, richiederebbero un senso, un giudizio, proprio quello che, forse, non vogliono realmente dare. Non è un mondo nuovo che presuppone solitudine, è un mondo nuovo che presuppone spontaneità, lealtà, integrità… E non è vuoto. Chi più, chi meno, ci ha già messo piede, almeno una volta nella vita. Solo, poi, è tornato al di qua della barriera, a causa di un trauma, a causa di una frattura o di una grossa delusione. Ma riesce sempre ad avere abbastanza occhi per capire dove si trova e che può tornare in quel mondo nuovo. La paura di perdere altri beni, a fronte di un’incrollabile fiducia nella soddisfazione personale e nella possibilità di esserlo per il lavoro pulito di altri, la difficoltà che questo implica, li agghiaccia nella loro posizione: un continuo traballare, una continua caccia, di quello che hanno davanti agli occhi. A volte qualcuno passa di là solo dopo essere troppo stanco di questa guerra, ma sono gli ultimi, chi sceglie di avanzare, quello è un uomo da ammirare. Chi non si perde mai nel grigiore morale, quello è un eroe.

Al di qua del principio del dolore, tutte le cose che si vedono nella realtà normale, paiono insensate, inesistenti. Non riescono a fare presa su un nuovo spirito, perché non hanno i requisiti teorici per tangerlo. Sono come parole vuote. Al di qua del principio del dolore — per quanto non si sia mai abbastanza al di qua — guardare nel vecchio mondo deve permettere di riconoscere gli errori che in esso si perpetuano, deve permettere di prendere la nuova rete di elementi, strutture, principi, che sottende il primo per poter criticare e tentare di modificare quello che nel secondo non va, non funziona, se non per il fatto di fondarsi su illusioni, o su paure. Paure lecite in una natura umana, che ricerca la società, ma al contempo, è in grado di sviluppare l’etica, dei valori, delle virtù, che hanno, pare, una forza inizialmente minore, ma se esercitate possono portarci oltre un muro, possono portarci a non inibire più le nostre aspirazioni, alla spontaneità e alla onestà nei rapporti con gli altri, ed in primis con noi stessi, ed infine con la nostra natura.

Dunque è questo il campo in cui si deve lavorare per ottenere dei risultati al di qua: la società ed i rapporti che in essa si instaurano. Si devono formare e ricordare esempi di brav’uomini, tutti quelli che ci sono nella storia, si deve rifondare la gabbia valoriale che sottende gli schemi attuali, capitaniati da denaro, potere e sessualità. E per fare questo si deve mostrare a tutti l’evidenza della loro illusione. La rottura è ardua ma pian piano — ho forse troppa fiducia? — molti capiranno, cambieranno e influenzeranno così una grande trasformazione, — forse qui è il caso… Rivoluzione —. Oppure vogliamo attendere di essere stanchi di soffrire? Rischiare un crollo, la morte… La rovina? Personalmente non lo voglio. Preferisco vivere una vita di combattimenti e di ingiustizie, sapendo però di camminare su una strada buona, — in continua critica, in continua evoluzione, e pronto a difendere o, se è il caso, ad abbandonare la mia tesi — piuttosto che rinchiudermi in una nube di fumo all’interno di una mente che sa di potere dare tanto. Tutti noi possiamo prendere in mano le redini della nostra esistenza, tutti noi possiamo fare del nostro meglio nel campo che più ci compete, essendo felici di vedere gli altri fare altrettanto, in vista del bene comune, in vista ciascuno della sua soddisfazione e della sua libertà, senza danneggiare nessuno, perché così facendo danneggeremmo noi stessi: non avremmo fatto del nostro meglio, inoltre, ci saremmo impediti di vedere lo sbocciare di una nuova promessa: il fiorire rigoglioso di un uomo che compie perfettamente e nel modo più buono possibile il suo lavoro. Ma questo è solo un inizio, c’è ancora molta strada da fare, c’è tutto un nuovo universo da colorare e spolverare, al di là del principio del dolore, e tutti sono invitati…