Lettera d’un amante 

[“chi parla in questa lettera? Quale dei tre soggetti dobbiamo considerare?” Il paziente non risponde in modo adeguato. Perché, gli abbiamo chiesto, il titolo è lettera d’un amante? Risponde: “Io le amo quelle creature, lasciatemi vedere, ancora un istante… E lei? Dov’è!? Chi siete dov’è il mio…” Il paziente a questo punto è stato tranquillizzato e riportato nella sua stanza. Avrà mai dei miglioramenti? Confido di sì Dott. J.P.C]
Un guizzo dorato nella calda estate, anni che circolano in una sfera di vetro colorando di mille riflessi tutte le stagioni. Parlo di esseri che muti seguono le nostre avventure, ci osservano, e cantano in continuazione un canto che a noi non è dato ascoltare. Viaggiano in uno spazio immaginario senza potersi mai fermare, eppure loro non se ne accorgono della loro bellezza delicata. Come immensi leviatani possono raggiungere gli abissi più distanti e viaggiare da uno specchio all’altro, amorfi e fluenti: meravigliosi. Ne ebbi molti nella mia vita, e tutti erano qualcosa da osservare con estremo piacere. Come acrobati talvolta vorticavano nell’aria, nella trasparenza del loro piccolo mondo respirando appena l’aria di cui io invece tanto necessitavo. Quelle creature che quando sono in due, o a coppie, danzano dolci tra le onde. E osservarle galleggianti di fronte ai nostri occhi, di fronte alla nostra frenesia, appariva e appare (sempre apparirà!) come vedere una favola. Mi trovai una volta di fronte ad una di loro, in un sogno buio, ma ricco di una azzurra luce, chiara e gentile che avvolgeva tutto in un manto semplicemente accogliente, bello. Osservavo, minuscolo al suo confronto, il suo grande occhio, proprio come quando, ebbro di luce, mi alzavo la notte tarda e correvo a perdifiato nei boschi del tramonto… Impossibile? Ma è pur sempre un sogno… correvo e guardavo la luna, quel grand’occhio semichiuso che ci osserva tranquillo. Proprio come quella immensa creatura, che sospesa negli abissi più cristallini mi osservava e con il suo verso profondo, come la vibrazione che anima la terra, risuonava in tutto il mo spirito con un semplice invito, un benvenuto. Il suo regno appare oggi così lontano, che basterebbe girare un angolo immaginario per raggiungerlo. Non erano solo loro poi, no, non solo quelle creature attraevano tanto la mia attenzione carezzandomi la fantasia, ma la loro fonte, la loro vita… quello li caratterizzava decisamente: erano pesci e il loro tenue respiro d’acqua calmava ogni mia più profonda paura, ogni male, ogni ansia… cosa c’è di più splendido dell’oceano e dei suoi abissi? L’inesplorato, il non  conosciuto raccontato da un labile canto, da un occhio saggio, da squame dorate che sole sono state  in quei luoghi. Dovremmo più spesso osservare i pesci, dovremmo più spesso osservare i loro gemelli dell’aria, perché sono il lato decisivo della faccia della terra. Senza contatto con l’aria e con l’acqua, con la libertà e con l’infinito, non potremmo chiamarci uomini. Questo mi ripetevo prima di immergermi nel mio ultimo bagno, quell’ultimo tuffo che mi avrebbe infine ucciso. Ma voglio rivelarti un segreto coraggioso lettore, tu che ti sei spinto fino a questi abissi della psiche, hai tu mai osservato un pesce in una sfera di cristallo? Fallo per me, te ne prego, e da’ da mangiare alle anatre del lago, poiché la buona stagione volge al termine, ma io non potrò più aiutarle. Sono qui, sono morto, chiuso in un corpo che ha dovuto smettere di giocare, per essere chiuso in una trappola frastagliata e grave, vera: ho abbandonato la follia a costo della ragione, c’è forse più grande sbaglio? Ti lascio la riflessione, non fa per me. Letto questo messaggio corsi subito al lago, gettai del pane alle anatre, e spogliatomi di getto mi gettai nell’acqua, fredda, fresca, piacevole… Erano le parole di un folle quelle che avevo letto? No, non credo, credo piuttosto che fosse il grido d’aiuto del più saggio degli uomini, ma dov’era ormai quell’uomo? Mi guardai alle spalle. Era ormai un anno che avevo abbandonato quel dannato manicomio, e ne erano successe di cose, ne avevo inventato di storie, avevo risposto a migliaia di domande, ed ora ero qui, di nuovo dove speravo che sarei tornato. Il lago, la sua acqua, i suoi animali, io… Non era poi giunto il momento di ricominciare?

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