Cosmologia e società 00:01

17/04/2016Eccoci qua, sull’orlo del cielo appannato dalle nuvole appena rosate. Uno spazio che non appartiene a nessuno, pacificamente attraversato dagli uccelli del cielo. È sempre lo stesso eppure varia, inesorabile, ogni giorno con “un nuovo sole” quel sole che viaggia e ammicca alla nostra rotazione. Da contorno alcune stelle fisse ridono della loro distanza, e lentamente, quanto il loro segnale intermittente, vanno spegnendosi. È curioso come una stella possa scomparire per un banale effetto ottico: una meteora passa in prospettiva davanti alla stella, e noi da qui, per giorni, mesi, o forse anni non vediamo più la sua luce. Ma sarà scomparsa per sempre o ritornerà a calmare la notte con quella sua luce? E lo sapremo mai noi, con i soli nostri occhi? Hahahah la domanda di chi se ne sta giorno e notte a fissare il cielo, speranza, incertezza, contingenza ed ingiustizia. Il campo di battaglia di chi si scontra ogni giorno con la realtà: il campo di battaglia dell’uomo. Nessuno può esser mai neutrale, chi può prevedere ogni cosa? Anche la migliore delle sibille ad un certo punto ci indicherebbe la via di casa con una carezza enigmatica. La partenza dalla dimora, il trovarsi da soli in equilibrio su questo geoide… Atlante ciascuno del suo piccolo mondo, libero però di abbandonarlo e raccoglierne un altro. “Cade! Collassa! Aiuto, perché te ne vai? Dov’è la tua luce?” Ci sono anche su di noi tanti abitanti e pure noi abitiamo… Ripieni di contraddizioni gli uomini galoppano sulla terra ad un ritmo folle che li conduce dove già sanno, la via non è però segnata, e infatti è facile sbagliare e finire errando chissà dove sconvolgendo interi universi, e sopprimendone altri, attraversandone però di nuovi e molti, variopinti — di certo qualcuno deve essere bello…— . In questo caotico girovagare il desiderio più auspicabile e bruciante è quello di essere ben appaiati — come i cavalli ad una nobile pariglia, governata in modo armonioso e dolce dall’amore — e trovare un accogliente branco. La contraddizione sta proprio in questo girovagare: aspirazione di stabilità e insieme volontà di costruire, demolire e attraversare universi diversi. Più si conosce il proprio sè, più si può però stare fermi, si può costruire un universo sempre migliore ma è tutta una tragedia ricca di errori e di addii… Perciò credo che l’essere più coraggioso sulla terra sia l’uomo che viaggia per trovare se stesso, uomo in continua lotta sempre stralunato e quasi disorientato a casa propria, ma che pian piano trova rotte che per sempre si inscriveranno nel suo istinto da uccello migratore: legami, intrecci che perdurano ad ogni dissoluzione fino a giungere all’equilibrio… Finalmente punti fissi nel cielo con cui orientarsi… “È questa la reale condizione dell’uno?” Io non lo so, mi chiedo piuttosto: “Questa condizione dell’uno è giusta? È buona? Si deve insieme sapersi orientare ed essere riferimento, infatti anche se a noi pare che il sole giri intorno alla terra, per lui siamo noi ciò che giriamo in tondo. 

Un passato. Dove? Verdeggia!

Pace, dai vasti prati della terra più grande e verde sul fresco viso degli oceani. Un tempo brillava così tanto il sole che davvero appena nati ce ne voleva di tempo per finalmente cogliere le cose di quaggiù. Però poi apparivano così brillanti e meravigliose che ogni colore era uno spettacolo incredibilmente intenso! È tutto si armonizzava perfettamente sulla oscura linea dell’orizzonte! Quale spettacolo! Quale gioia! Il corpo e gli occhi di ciascuno erano come in festa ad ogni risveglio, e non costava nulla alzare una mano, o alzare una montagna. C’erano uomini geniali che avrebbero potuto anche questo. L’acqua scintillava pura in ogni angolo di bosco e si poteva fermarsi a bere o riposare dalla gentile calura: giocare su quelle tenere foglie senza pure danneggiarle: sorvolare con leggerezza il leggero, e sorridere gettando indietro il capo al riflesso in acqua del sole. E poi tuffarsi, non importa dove, da un’altura, da un albero: il ritorno scherzoso nell’acqua che acclamandoci con il suono dell’impatto schiuma e si apre al nostro passaggio, proprio come l’aria al nostro cammino! Un’epoca del limone e del miele che insieme si mescolano per costituire l’universo. E mentre ancora dalla luna verdeggia la sera sulla terra riprendere le folli corse nei boschi con gli amici, fino a non crollare tutti insieme al riparo dal suono degli uccelli che profumano la notte dolcemente. Usignoli e civette che danzano insieme! Il valzer alla luna. Il nostro senno chissà dove si trova: se siamo sulla terra ben venga l’averlo perduto, ma se osserviamo la terra dalla luna, nessuno vieta che ce lo siamo lasciato dietro dimenticato. No, non è un male hahahaha — uno scoppio di risa, la mano sul viso, il viandante sbaglia, non sa come si usa vivere su questo angolo di terra, ma noi, noi glielo insegneremo —

La delicatezza 

Non è ancora qui, eppur già si sente. Quando sembra che l’abisso più profondo sia stato raggiunto, invece emerge e si solleva lieve, come un tenero vento. Soffia, sulle distrutte carni, rallegrandone un poco il passo: il pelo appena si scuote, come un giovane pioppo sotto ad una corrente. E il clima mite gioca tranquillo con la nostra ombra, la proietta vicino e ci da conforto: un compagno che sempre emerge, e nel buio ci abbraccia. Ha un fare maestoso e ordinato e con un sorriso aperto ci si avvicina, senza alcun sotterfugio, brutto tiro, o sconcezza. Solo, nel candore di un bocciolo, fa grandi promesse da svelare piano, la delicatezza. 

Voci, divinitá e metalli preziosi 

Non tutti sono come noi, per nulla anzi. Almeno se siamo in grado di pronunciare questa frase, perché non tutti possono pronunciarla nel suo senso più completo. E non significa che sbaglino. No, solo, può darsi che siano in una prospettiva completamente diversa dalla nostra, e non si può dire che uno che guardi in uno scenario marino dall’alto in basso un faro, sbagli, rispetto a chi nella stessa condizione guarda dal basso in alto lo stesso faro. Perciò non si può parlare di errore nel modo di vivere, ognuno sceglie il suo. Piuttosto si può parlare di modi migliori e modi peggiori, rispetto alla nostra prospettiva. Innanzitutto, però, va compresa la nostra prospettiva stessa… Infatti come possiamo parlare senza avere la terra sotto ai piedi? E non è semplice comprendere la nostra prospettiva, almeno, non sempre è semplice. Questo perché siamo strumenti a più voci, ci sono più corde in noi, e non siamo nemmeno sicuri di essere proprio noi quelli a suonare. Da qui possiamo cercare di capire almeno cosa le diverse corde in noi vogliono dirci. La più immediata e spontanea è quella dell’emozione, del pre-sentire: la reazione immediata che accompagna la visione o l’ascolto di qualcosa — in questo senso la sensazione è una dea benefica e che risponde al rito — un’altra voce è quella della prima espressione “razionale”, la prima risposta che la mente, con un qualche fondamento generale e assunto, ci spinge a pronunciare. Una prima risposta che può anche poi risultare errata, e veniamo infatti alla terza corda: una via completamente razionale e riflessa, — la dea terribile e oscura, che tutto dice ma in modo enigmatico rispetto all’accadere, sarà buono o cattivo l’auspicio? Dipende dalla riflessione, dai casi, dallo scontro col reale — che pensa, ascolta, dice in un qualche modo e riconsidera, poi si ferma e poi riprende… È la condizione che meno infallibilmente ci conduce alla realtà del nostro esser tranquilli. Questa è una mia immaginazione, eppure non si può star calmi, finché non si è dato accordo ed equilibrio tra almeno queste tre voci… Ma se due o addirittura tre sono in contrasto, che fare? Ad esempio la voce della ragione può, dopo varie considerazioni, andar ad affermare qualcosa, che immediatamente è in contrasto con ciò che la prima emozione ci aveva suggerito, e allora non sappiamo che fare: siamo sempre noi a dire sì e no insieme, ma chi dovremmo scegliere tra le due? Certo, ascoltare sempre l’emozione non è corretto, poiché ci porta a fare anche atti contrari alle leggi e alla consuetudine minima della società, ma fuori da questo sostrato che dobbiamo pur accettare, e non in questo modo, ma più per una certa scelta etica sul rispetto e la tolleranza, essa può darci la risposta che cerchiamo: fare ciò che sinceramente ci sentiamo di fare. D’altro canto la ragione, con il suo macchinare, può lavorare la materia dei fatti e ottenere talvolta robaccia, altre volte grandi soluzioni. Anche se, è da ammettere, che le più grandi intuizioni non da essa provengono, ma dall’antro oscuro del sè profondo — la scostante ricerca e la meraviglia di questo percorso verso il cuore di sè, non è per nulla facile, o immediata, anzi… Eppure tanto vorrei raggiungere e vedere, capire meglio questo profondo sè e seguirlo come un dio… Ma si deve saper interpretare i suoi segni, magiche voci sussurrate che emergono all’orecchio dei desti, che se non sono iniziati non possono capirle con chiarezza e cadono nella disperazione, ma, un non iniziato che non sa, è molto più cieco di chi intravede la luce e ne è abbagliato, eppure soffre meno — la sede della nostra dimora. Paradossale è allora il non poter tornare a casa, quando siamo proprio sulla soglia della nostra dimora. Dall’altro lato c’è la voce illuminata della ragione, che non sempre ci porta ad esser felici, ma spesso non riesce a darci una risposta pienamente soddisfacente. E allora si deve rimuginare, dialogare molto e molto, “fino a raggiungere qualcosa di sufficiente”. A volte ci vuole poco, ma nemmeno così potremmo fronteggiare alcuni temi particolarmente emotivi che accarezzano la nostra vita. Sembra che la strada corretta sia allora quella di tendere l’orecchio e ascoltare le due divinità insieme: il loro canto è sempre in noi, e siamo proprio noi a farne da sede, perciò abbiamo su di esso almeno qualche diritto, come contorno-padroni possiamo unire le due voci in duetto invece che lasciarle in uno spazio scomposto e indefinito. Possiamo allora raccoglierci in noi stessi e preparare una stanza ampia e pulita, in cui le due cantanti possano dialogare e dar spettacolo assieme, così da avere un solo teatro pieno, anziché due non vuoti. A questo punto c’è da chiedersi se tale mediazione è possibile: io credo di sì, in fondo ci sono certe situazioni in cui siamo in pace con noi stessi, e ci sentiamo sicuri, al nostro posto. Ecco, dobbiamo allora cercare di prolungare il più possibile nella nostra vita queste situaizoni, trasformarle in tutto, prolungare all’illimitato il concerto: ciò significa saper intrecciare i rapporti e le proposte che abbiamo di fronte in modo conforme al nostro suono. E allontanarci dalle stonature di qualunque natura esse siano. In questo contesto la verità diventa per noi ciò che effettivamente ci dona felicità, tranquillità e sicurezza. Ogni epoca dovrebbe dare questo ai suoi uomini, ma un uomo fuori dal suo tempo, che può fare? Deve crearsi attorno un altro tempo, vagare di luogo in luogo, piuttosto che finire straziato. E non è un vagare infinito questo vagare, no, infatti il mondo è così ricco che noi non possiamo nemmeno immaginare l’apertura che potrebbe attenderci dietro l’angolo. Perciò nel caso in cui non abbiamo ancora il nostro luogo si deve cercarlo. E non rinchiudersi in una gabbia, anche se ci sembra una gabbia dorata, ma se è maledetta… Che ce ne facciamo dell’oro? A me piace l’argento!   
[Non a caso l’argento e non è il II a cui io mi riferisco, ma ad un metallo più puro, vicino al bianco e che meno tradizionalmente inganna, infatti, non è oro tutto ciò che luccica, ma l’argento ha un suo peculiare modo di risplendere alla luce del sole]