Purificazione

In un sottopassaggio, freddo… Laido, laido delle macerie di una civiltà che ha gettato il suo veleno nell’aria e nella terra fine a spegnerne ogni luce, … giace un cadavere: gonfio, malato… Forse ancora rantolante. Sembra una grossa foca, o un cane malforme. Ha il pelo grigio, ma non di sua natura, è sporco, polveroso e intriso di tristezza: la percepisco nell’aria, tetra e mortifera come l’odore della pioggia, che si infrange acida su siepi alterate nella loro origine, fin nelle loro radici: anch’esse malate e impure, come la terra che stritolano impotenti. Accanto al cadavere c’è un piccolo essere, un bambino accovacciato, con in mano un piccolo bastone: si diverte (?) a punzecchiare la bestiola. Mi avvicino, i miei passi scricchiolano sui vetri rotti e sulle macerie di calcestruzzo e laterizio. indistinguibile il suono di uno dall’altro, solo, agghiacciante stritola il silenzio che pesante grava sulla scena. Ecco, sono davanti al bambino, davanti alla foca, davanti ad un muro stinto e macchiato.

Il piccolo si volta… È un demonio: occhi rossi, pelle grigiastra e lingua insanguinata… Mi osserva con i suoi occhiacci, la colonna vertebrale che affiora dalle sue carni orrende mi getta in mente sinistri pensieri…

“Che fai? Che fai con quella bestia, è morta ormai. Perché continui a punzecchiarla?”

“… …” “Non c’è niente”

Gli prendo la mano con il bastone, lo afferro e lo getto lontano.

“Abbiamo distrutto la terra, ridotto a immondizia tutti i suoi esseri, invitandoli alla ricerca del potere facile, della soddisfazione rubata e del veleno che brucia sulla pelle del simile nemico. Abbiamo dipinto tutto di grigio, di sporco, li abbiamo uccisi! Da dentro, capisci! E quegli sciocchi si sono lasciati catturare, hanno addentato la nostra esca impura e sono caduti nella trappola! Abbiamo trasformato i loro corpi in macchine, la loro mente in mazzi di chiavi rotte, la loro lingua in germi. Abbiamo spento in loro ogni ritegno naturale, assoggettato il loro agire al bisogno e alla pietà velenosa, consumato le loro carni lentamente, strappandoli nel loro ultimo momento di vita con vomito di fuoco. E sai chi siamo noi?”

“… Sento le tue parole, le sento. Le vedo… ma come tu vedi io ci sono, chi sei tu, allora?”

“Hahahaha ma sei anche tu un mezzo fantasma su questa landa, presto una foca schiacciata dal peso della tua stessa volontà, forse sana, forse troppo insana per sparire senza lamento…. Chissà… Beh, che importa, posso ben dirti quello che sono, dato che tu tanto stai scomparendo”

“Non ingannarmi, e vai avanti. Come vedi ho io il bastone dalla parte del manico”

“… Sei furbo, ma non dove dovresti. Noi siamo la sete, l’ignoranza, la nebbia che ti scioglie da ogni scrupolo. Noi presto veniamo in tuo soccorso ad ogni “ma sì” ad ogni tuo oppurtunismo, ad ogni tuo inganno o sopruso e ti culliamo nella dolce e velenosa certezza che sia qualcosa di cui non preoccuparsi troppo, e ti cancelliamo ogni rimprovero saggio, lo trasformiamo in voce capziosa e malferma. Carezziamo la tua morte e i tratti viziosi della tua persona, schiacciandoli ancor più negli anfratti degli scogli del mare della coscienza, così che l’avvelenino tutta. E nessuno può sfuggire. Nessuno! Non vedi quanto ancora si accaniscono sui morti, sbranano le loro membra con le loro fotografie, con le loro urla demoniache? Quanti ancora si godono il lusso comprato da altri, inventato da altri, cercando di appropriarsi più di quanto possono, porci ingordi e mai sazi dell’amor di sè sciupato: quelli che si annaffiano di champagne non per celebrare il loro successo, le loro fatiche, ma la loro malversazione, il loro passo sinistro. Quelli che dovrebbero curare un gregge di pecore, ma invece lo sbranano godendo del sangue dei loro fratelli. Quelli che piangono, piangono allo specchio, ma ridono, poi come oche e galli ebbri in mezzo ai loro schiavi e ai loro amici, ma in realtà si guardano tutti con sospetto e invece di cercare una qualche giustizia se ne beffano, affermando che il mondo è fatto così, che ne hanno il diritto, o che gli altri se la caveranno.”

“Tu… Tu! Sappi che se io dovessi cadere sarà solo per la fatica di stare in pedi, da solo, senza alcun contrappunto saldo a carezzare la mia anima. Un altro demone scortica la mia anima, il demone della consapevolezza del mondo, il demone dell’indisponibilità a sfuggire all’inesorabile ciclo del nulla. Quel demone del “o tutto o niente” ma questi demoni sono forti nella mia anima, e non sordi di fronte alle esigenze del modo, quello vero, non sordi di fronti alle esigenze dell’io, non si stancano, e se lo fanno, se lo rinfacciano lacernati. Ma così deve essere l’esistenza: io, al mio ultimo respiro voglio guardare indietro e gioire, mai mi prenderete con il vostro veleno, ho già il mio e lo posso iniettare anche a voi. Ribolle di pace lo spirito che sa di non essere ancora felice, ma che sa che potrà esserlo, e intanto è calmo, tranquillo, osserva ed è osservato, cerca negli occhi degli altri la loro natura, una possibile via di accesso alla storia delle storie, all’ esistente-esistito, e se lo trova spera in un contatto diretto, tanto tremenda è la sua profondità. Allora si storna da sola, oltre il riconoscimento appare augusto, ed ecco che c’è l’emersione. E tutti aspettano questo invero, ma voi corrompete quanti più potete… Ma non potrete sconfiggere la forza della sofferenza: la sofferenza indistruttibile che si accetta pur di non macchiarsi di empietà verso la natura. Un canto libero e doloroso che però squarcia il velo della falsità e si staglia infine sulla luce di un’alba futura. Non è giustizia questa a cui voi portata la realtà, è morte… Ma, ci sono ancora tante fiaccole accese nelle città rimaste in piedi. Le ho viste: hanno un nome! Ho visto uno spettacolo teatrale, fatto con passione e sfavillante della luce del giusto impegno, che schiaccia e annienta ogni senso di scurezza, invitando alla condivisione dell’emozione. Ho ascoltato un concerto, un concerto in cui ogni suono veniva direttamente dall’anima: quel suono… Il solo perfettamente armonizzato con il suo sostegno, l’immagine che dipingeva… L’avessi vista: non avresti potuto fare a meno di bruciare nella tua bile, maledetto! E uno scienziato, giovane, lavorava alla ricerca di un fluido per risanare la terra, lavorava per il suo bene, per il bene di tutti, con la luce negli occhi. Un dottore, che curava, ricuciva una belva strappata in mille pezzi, le ridava vita con le sua sapienti mani, riaccompagnandola all’equilibrio che poteva. Un poeta, piccolo, incerto, che guardava tutto il mondo commosso, avresti dovuto vedere i suoi occhi, mentre si interrogava sull’identità dell’uomo, sul perché del male sulla terra, sul come vivere al meglio la sua arte e la sua vita.”

“Ma io, mezzo scomparso, come vedi, ho ancora un cuore che batte e non mi nutro di nulla, se non della ricerca dell’amore…”

“Tu non sei un uomo di questo tempo mortale. Io non ho potere su te e la tua stirpe… Pensavo che ti saresti piegato da solo, ma davvero hai tanto violentato il tempo che ne sei uscito fuori. Sta bene, voi potrete tentare di ricostruire la terra, ma sappiate che noi abbiamo una grande forza, e voi siete solo un pugno di effimeri, ma tu lo sai… Non ricerchi nulla di più se non l’amore dici? Sei una bestia strana. Ma se un giorno sarai ancora vivo e ci rincontreremo forse ci sarà altro da dire.”

[dal cielo, fuori] “Vattene bestia amara, lascia questo. Tu, uomo resta lì. Devi scoprirlo ancora qual’è il tuo posto, ma se seguirai la tua natura non avrai dubbi. Molti li porto con me e saranno solo insieme da un’altra parte, più bella di qui. Io sono come questi demoni, ma demone del cielo. Tu resti qui, sei una specie che non so identificare.”

Ritiro la penna, cala il sipario della calma. Questo è stato detto, duro, difficile, forse inutile. Ma ogni volta che si deve partorire qualcosa è bene arrivare fino in fondo.

I cuccioli di cavallo muovono passi incerti sotto la tiepida luce della luna.

3 comments

  1. erospea · giugno 5, 2016

    “I cuccioli di cavallo muovono passi incerti sotto la tiepida luce della luna”… meravigliosa questa chiusa, come un’incerta speranza che, tuttavia, vuol rimettere in ciclo la vita naturale nel cammino della vita? non so…

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    • ACWRyan · giugno 5, 2016

      Sì, è la speranza delle tenere foglie appena nate, che si dovranno anch’esse mettere in gioco nell’esistenza, con tutta la loro innocenza, il loro tremolare candido sono poste al di sopra dell’abisso cui dovranno cadere, ma sono belle, fragili, e tutti le osserviamo ammirati, immaginando già con il cuore pieno di passione che ce la faranno, che la loro maestosità semplice durerà fino a che non si adageranno a terra. Nel caso particolare del cucciolo, nasce anche la tenerezza in noi, la voglia di incoraggiarlo e di applaudire la sua comparsa, la sua tenacia nel tenersi sulle gambe ancora malferme…
      E poi, anche io, mi vedo in quel cavallino, e abbraccio tutto quanto mi aspetta… Purificato in un certo senso dal dialogo.
      Speranza, una parola luminosa, spero ci porti buone cose!

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      • erospea · giugno 5, 2016

        molto delicato e bello quello che dici
        la commozione della vita che si rigenera… e quel puledrino che dovremmo sempre sentire in noi per fare della presenza e del cammino una scoperta e un impegno necessario, vicino all’essenza della nostra stessa originale natura… prima di incrostazioni in comportamenti e movenze imbrigliate in griglie mortificanti
        Non mi dilungo che hai espresso nel dialogo tante cose, anche questo discorso e sarebbe rovinarlo, sovrapporre
        Ti auguro una notte buona e di sogni come questo che racconti perché continuino a illuminare la tua scrittura e la vita

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