Da Venezia a Padova 

Ci sono modi diversi di coltivare il dolore e la tristezza nella musica e in molte altre arti. Alcuni hanno una profondità di pensiero davvero lampante e apprezzabile, ma la usano per auto infliggersi dolore e appoggiarsi alla storia cattiva. Invece altri esprimono con infinita delicatezza il loro dolore e rendono un servigio immenso all’umanità, poiché trasformano il brutto in bello, il triste in commuovente e infuocano gli spiriti dei grandi patrioti della vita. 

I momenti critici dell’esistenza, la guerra e la balena 

Così come siamo capaci di godere per il piacere e il bene, allo stesso modo dobbiamo essere capaci di godere anche del dolore. Infatti l’uomo è vivo ed è naturale che esperisca sensazioni ed eventi piacevoli sia sensazioni ed eventi dolorosi. Senza dolore non c’è una delle più importanti ambizioni dell’uomo: l’ambizione della rivalsa, l’ambizione al bene. Perché mai uno dovrebbe volere il bene se tutto è già buono? Ma spesso succede proprio il contrario e l’uomo sembra volere affondarsi da sè con il suo dolore. Lo riconosce, talvolta lo nomina anche, ma invece di goderne, di mangiarlo tutto e viverlo a pieno ci si siede sopra. Questa è la sua fine. Non per forza si deve stare bene, ma assolutamente sbagliato è covare sulla propria interiorità, stare nel disagio e non finire di viverlo, trasformando una fase — anche il bene è una fase — in una condizione cronica. A volte può essere duro digerire un certo male, o un certo bene, ma solo in questo modo si può stare all’esistenza. Altrimenti si è in una nebbia d’esistenza, in cui il nemico è sempre all’agguato, le fasi del vivere non compiono il loro normale corso, anzi, si interrompono, e resta solo la costante condizione di rischio, con le sue normali salite e ricadute. Io propongo di andare in guerra, di assaporare il proprio stesso sangue, di scottarsi con se stessi e di incollare i propri occhi ai propri occhi: fare come fa la balena. Cioè essere capaci di immergersi nei propri abissi, ma anche di riemergere per respirare. Essere noi nelle nostre diverse sfaccettature, investire della responsabilità dell’esistere la nostra interiorità, senza mascheramenti, nebbie, o scioperi (reclusioni e nascondinenti delle nostre rappresentazioni del mondo, delle cose e delle persone). Allora questo come si può riassumere? Direi, come ho sentito in un anime — Terraformas — ridete quando siete felici, piangete quando siete tristi e urlate quando ne sentire la necessità. E infatti questo è essere in guerra. E anche non cambiare argomento o non mettere sul tavolo altro da quello che si dovrebbe dire è essere in guerra.Questa è la mia personale via, quella che penso sia utile seguire. Ma il mondo è enorme, e c’è altro da sapere e imparare. Tuttavia ritengo che un uomo abbia enorme potere sulla sua vita, molto più di quanto si potrebbe immaginare. Figurarsi un atto, visualizzare certi gesti o nutrite fino in fondo nella mente una certa emozione, sono fatti che in questo periodo mi stanno aiutando a comprendere di più il mio modo di fare, i miei desideri e le mie aspirazioni. È come esser nella foresta: ci sono pericoli, bestie, tracce e la tecnica che il viandante, che l’uomo delle genti della foresta, conosce per sopravvivere. Spiriti… tanti io si manifestano davanti all’uomo nella foresta. Ma in fondo è sempre qualcosa che, almeno latentemente, noi conosciamo. E allora viene bene l’induzuone (il camminare da quelle cose appena dette più che si può su su, fino alla loro origine, o perché). Ben vengano i segni, ben venga il dialogo, ben vengano gli amici il piacere e il dolore. Ben vanga la vita come intreccio di relazioni ed esperienza. Se saremo capaci di stare all’esistenza e di estrarre la spada dalla ferita per potercene procurare altre, allora, forse, nel momento fatale potremo volare via verso…

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