Il suono di Giove

Avete mai immaginato il suono che Giove deve produrre? Un basso e lontano mormorio. Come grosse corde che freniscono cercando di imitare il suono che produrrebbe la più immensa delle balene. Come quel suono profondo e lontano, così il mio pensiero si cela dietro i suoi giunchi e sprofonda in un lago blu, blu, blu. Sempre più si scende negli abissi di questo lago e sempre più pesci sfuggenti si osservano correre, fuggire alla luce dell’esploratore cari solo alla mano del viandante cacciatore, del primitivo che conosce bene queste acque rupestri. L’antica civiltà che si respira nel profondo del mio lago caccia la balena, la venera e disegna di essa diverse tinte: la balena dei cieli, la balena degli abissi, la madre che restituisce cibo e acqua e aria ai suoi fedeli. Sul fondo del lago siede l’uomo. Come un albero che tra due mondi affonda le radici nelle profondità della terra, e con i suoi rami anela, sale senza sete verso la superficie del lago. C’è infatti una luce sopra di lui: una grande chiazza che segna quella spettacolare profondità che è assetata di emozioni. Forse più che di emozioni di mistero, di speranza, di Lei. Non posso vedere tutto, non voglio sapere tutto. Mi basta assistere alla natura e approdare all’essere-per. L’uomo che ama ha un cuore più leggero, ha una vista e un udito più acuto. Ha uno speciale tatto e un senso in più: il senso del naturale, del magico. Di quello che incredibile si trova proprio davanti a noi, ma si nasconde all’occhio dell’essere-con, e del “si”. Talvolta accediamo all’essere-per anche da soli, e ci sono molti che hanno trovato varie vie per quella meta. Forse la mia via non è la migliore, il viandante che passa, striscia, prende e lascia e soprattutto dona. Fin dove potrà spingersi questa mescolanza di bene e male che è il viandante? Non deve perdere la sua fiamma, non deve perdere la sua ombra se davvero vuole giungere alle profondità del suo lago e spezzare i limiti del sorvolare. Quello che voglio non è sorvolare, io voglio nuotare. Non esaminare, ma partecipare. Ci sarà il giorno in cui sarò pronto a effettuare questo tuffo?
Sto come sul ciglio di un tuffo

le mani lungo le gambe pronte a scattare

l’occhio che scruta il lago profondo

la volontà che si mescola col pensiero

gettarmi io

devo

ma soffro da tali altezze al pensiero

ancora non so fare come le balene

ancora non so fare come le aquile
cosa accadrà al mio piccolo fiore?

I cuccioli dei cavalli, i cuccioli dell’uomo

si muovono incerti sul ciglio della loro

vita

mille pericoli li stimolano a camminare

anche loro sono in sciopero?

Anche loro hanno visto la terra?

Anche loro sono senza …

Con
Agli astri della polvere miriamo

uomini, dove siamo?

Abbiamo mai vissuto, noi?
L’oceano è profondo, l’oceano è ricco. Io vi indico l’essere-per.

ancora

I santi stanno tornando! 

Perché gli scarabei galleggiano sull’acqua del fiume e proprio in questo tratto ce ne sono tanti? 
“i santi stanno tornando! Sarà di nuovo pace tra gli uomini, tutti saranno salvati e convertiti al vero dio che con la sua grazia dona il Paradiso agli uomini!”

“Cosa vai dicendo? Folle! Demoni! Demoni sono quelli. Ripetitori maledetti che incarnano uno spettro antico che ormai ha fatto il suo corso, gli indigeni sono stati strappati dalla libertà dal suo urlo salvifico, lui, insieme ad altri demoni di altra razza hanno perturbato la terra scavando nell’animo dell’uomo e togliendogli la sua fantasia, la sua intraprendenza e vi hanno sostituito la fede e la fame speculare”

“‘Deve essere così’ è una frase pericolosa, che un altro demone ha incastrato tra gli anfratti delle frasi e dei discorsi degli uomini! La scienza non ha solo preteso di descrivere il mondo in modo accurato, così che tutti potessero fare di meglio, ma ha voluto insinuarsi nelle pieghe della parola spezzando i legami che questa aveva con la spontaneità e la naturalezza dell’interpretazione. Il vero ha rubato il posto che doveva condividere con il falso. Usurpatore di un trono, legittimo possessore dell’altro ha instaurato un regno di terrore dove l’efficacia è stata spazzata via. La realtà è stata totalizzata dai santi e dai lumi e non c’è più spazio per l’indigeno, per il mago e per gli uomini” 

“Gridano da ogni dove che l’individuo ha conquistato il mondo e che perverte la mente degli uomini separandoli tra loro e spacciando ideali, impastando trame opportuniste e cancellando ogni traccia di solidarietà e di bene. È il mondo moderno dicono i santi, e la scienza passa sotto a questo attacco, ‘per la scienza!’ Ma non si rendono conto che quello che dicono non è altro che menzogna e ripicca, criticano il non individuo, l’essere che non è mai, perché non sa cosa vuol dire “essere” fuori da quello che le teorie in superficie oggi — ma che potrebbero cadere sul fondo dell’oceano domani — dicono. Atlantide è pur caduta sul fondo del mare”

“Non esiste l’individuo e non esiste la società. C’è solo un cumulo di macerie di un gruppo di selvaggi reali che ha trasformato il mondo dei selvaggi naturali e dabbene in uno specchio. Che ha voluto mangiare tutto e non lasciarsi sfuggire nemmeno un boccone di grandezza. Perché i grandi vengono trasfigurati in santi o uomini con ideali comunitari, ma nel loro senso — il significato che loro danno a queste parole — sporco di sangue.”

“Se i santi vogliono tornare su questa terra dovremo scacciarli con ogni forza, gettargli addosso i testi di tutte le religioni che pretendono di superare e fare lo stesso con ogni altro credo che si pretende universale. Quell’universlale che è solo pretesa, non assenza e slaccio.”

“Lo slaccio libera perché lascia fiorire. La libertà dal volere è essere in grado di volere quello che vogliamo davvero. Se ci chiedessimo perché nel momento in cui vogliamo essere più liberi, affermiamo la più alta libertà, proprio in quel momento ci sentiamo più imprigionati, dovremo rispondere ‘cosa dici, fratello? Non capisco le tue parole: mi appaiono gravate dal vizio della mancanza di mancanza’ la libertà può bene essere un vuoto da riempire con la nostra interpretazione. Non assenza di vincoli, perché questo presuppone dei vincoli e richiede l’azione violenta dello slaccio. Invece lo slaccio che diciamo noi difensori dall’attacco dei santi è uno slaccio che va visto come quel movimento che il fiore fa quando esce dal seme e poi dalla terra. Ha davanti uno spazio e interpretando cosa deve fare procede. Non sa cosa deve fare, perché non ne può avere coscienza, direbbe la scienza, perché vuole, direi io.”

“Ma ai santi e all’uomo giustamente fa paura questa libertà perché sembra una di quelle che non imprigiona e non impedisce in alcun modo. Si sentono minacciati, in pericolo, perché non conoscono la bellezza di aver raggiunto il proprio obbiettivo e il proprio io attraverso un movimento spontaneo e autonomo fin dove è possibile. Loro pensano che l’uomo debba essere limitato nel suo volere di schiacciare gli altri, e giustamente temono di essere distrutti all’interno della loro speculare fagia. Ma l’uomo, l’eroe, non ha bisogno di alcun laccio, e lo sfruttare altri è incatenarsi a loro. È non raggiungere i propri scopi con i proprio strumenti e le proprie alleanze, ed è dunque lo spregevole: il marchio che l’eroe può attribuire alla feccia guardandola anche dalla sua “bassezza” con la bocca davvero più che orgogliosa ‘come se sentisse l’orgoglio di essere orgogliosa’. Allora in questo tempo l’eroe è la vittima che si immola per la sua grandezza e irride chi lo compatisce e si sente al sicuro da chi lo deruba: hanno la loro depravazione e sporco come ricompensa. Questo sciopero dal male è quello che serve oggi e che farebbe una vera comunità, l’ambiente perfetto per realizzare al meglio le proprie eccellenze in ogni campo, con la fiducia e la solidarietà reciproca di chi vuole vedere solo il bene trionfare.”

“I santi stanno tornando… ma noi abbiamo bisogno di eroi.”

La libertà del volere 

Sento come qualcosa che mentre cammino e vado tenta di trattenermi e di tirarmi indietro. Guardandomi attorno interrogo il mondo cercando di scrivere quello che ho dinnanzi a me, di interpretare lo spazio mentre lo percorro. La libertà non è che mancanza: quello spazio vuoto che ci restituisce la possibilità di interpretare. Muto, guarda, eppure dice e a noi non resta che conferire significato. Lo stesso fanno gli eventi: in primo luogo ci interrogano. C’è come un filo segreto che noi abbiamo in mano, che durante l’esistenza è più volte messo alla prova. È sempre lo stesso, e immerso come è in altre correnti, a volte si fatica a setacciare il nostro pensare, il nostro dire, fare… e trovare la vena d’oro. Però, più staremo attenti, più, come un esperto cacciatore, sapremo riconoscere i pesci nell’acqua scura, senza confonderli con le alghe ondeggianti. Vedere tra la carne le vene che pulsano vita. Tutto questo è interpretare. C’è qualcosa che si mostra solo in parte e perciò ci lascia liberi di fare qualcosa insieme a lui, a partire da lui e per superarlo. Non è un dio, ma è il nostro volere. Ci sono troppe cose che vogliamo in modo inautentico, e troppo profonde sono le cose che vogliamo davvero. Perciò è difficile scorgere i fili d’oro. Infatti gli animali più liberi sono gli uccelli, massimamente i rapaci: hanno occhi potentissimi e il cielo è per loro lo spazio aperto più ricco di segni da interpretare. Ad esso si unisce la terra, il tutto visto da una prospettiva che più libera non si può. E infatti anche a Roma gli auguri osservavano il volo degli uccelli per interpretare il volere di Giove, per ratificare la loro azione. Poi compaiono eventi che ci fanno sentire concretamente il peso di essere. È come se quel filo profondo, che è il nostro volere, sia il più difficile da mantenere e da scorgere chiaramente, perché c’è troppo rumore dentro di noi, versato dal vivere lontani da noi stessi. Questa non è l’epoca dell’individuo, questa è l’epoca del burattino. Un vero individuo sa cosa vuole e agisce di conseguenza, un vero individuo affronta la realtà eroicamente, senza paura di forze che sono davanti a lui irrisorie, appena ci si rende conto che quelle forze non sono davanti a noi, ma dentro di noi. Rovesciate come acque inquinate dall’essere-con, dall’essere storico e dall’essere nella cultura. Perciò dovremmo destabilizzarci, andare incontro a tutto ciò che è diverso dal nostro ambiente storico e culturale e incontrare la nostra vera natura, comprendere meglio quella che ci determina come essere-con: rompere la cesura tra essere-io ed essere-con e scoprire l’essere-per: colui che vuole, colui che davvero ama. Infatti non si può dire “ti amo”, si deve saper dire “Io ti amo”. Accedere al vero individuo, l’individuo che vuole: che vede la sua linea d’oro e non si lascia fraintendere. Che attribuisce correttamente il senso. La significazione: la mancanza che libera e mostra il volere, il quale si appropria e si mette polarmente in contatto con ciò che c’è. Un continuo scambio da cui risulta il nuovo prodotto: la visione nello spazio prima vuoto e aperto, di fronte ad un uomo, che speriamo sempre sia un vero individuo. Allora non c’è più divisione tra io e mondo ma c’è l’interpretazione come io che sono nel mondo, come io che esisto, come io che voglio. E nel mio volere si mescola anche la materia che mi costringe a dare forma e già ha un suo riflesso di forma. Chi opera si mescola al suo operato. L’uomo che è-con se guarda un fiume vede solo acqua, o ciò che il “si vede” può vedere. Ma l’uomo che vuole… lui può vedere ogni cosa: un flusso vitale di sangue, un drago o la strada che unisce ogni angolo del mondo.

Discorso di laurea

Dopo tanto tempo senza nuovi articoli ritorno con questo frutto sul mio blog. Il 12/07/2017 mi sono laureato in filosofia (triennale) a Padova. L’anno prossimo intendo iscrivermi all’Università Cà Foscari di Venezia alla facoltà di Antropologia culturale. Questo è il discorso che ho preparato per la mia discussione. Spero possa darvi interessanti spunti e invogliarvi a leggere i romanzi di Ayn Rand, che per me hanno significato davvero tanto. Il titolo della tesi è: “L’Oggettivismo di Ayn Rand: un’interpretazione egoistica dell’etica delle virtù”.
Nel frattempo ho fatto altra strada, e presto, spero, ricomincerò a condividere con voi le mie storie 🙂

Ayn Rand è una filosofa naturalizzata americana di origine russa. Nasce nel 1905, lo stesso anno della domenica di sangue: il contesto è quello della Russia rivoluzionaria. Ben presto lasciò il suo paese e negli anni 20 approdò negli Stati Uniti in cui ebbe molto successo soprattutto grazie ai suoi romanzi, tradotti in tutto il mondo.
Il mio lavoro si fissa sull’etica randiana, la quale si può sintetizzare in due fuochi: la realtà e la ragione come assoluti. Infatti centrale è il ruolo della ragione, in quanto unico strumento di sopravvivenza per l’uomo, il quale grazie ad esso conosce nelle realtà quali siano quei principi d’azione e quei valori che promuovono la sua esistenza. L’etica randiana trova dunque la sua giustificazione nella sua funzione biologica. Lo scopo morale che attribuisce all’uomo, è quello della sua vita felice, la felicità è descritta da Ayn Rand come quello stato di coscienza che comincia dalla realizzazione dei propri valori. I tre valori che l’etica oggettivista pone come essenziali per la promozione dell’esistenza umana sono la ragione, la risolutezza e l’autostima. Abbiamo già visto come la ragione sia fondamentale poiché riconosce nella realtà quali siano i valori che promuovono la vita felice umana. È poi necessario che l’uomo agisca concretamente per conservare e/o ottenere tali valori: agisca cioè virtuosamente. A questo proposito è fondamentale la virtù della produttività la quale consiste nell’applicazione della razionalità in ogni processo finalizzato alla realizzazione dei nostri valori. Questa virtù promuove il valore della risolutezza, cioè la capacità di agire con un senso di finalità, consci che ogni proprio atto che segue il dettato della ragione è buono, cioè utile a spingerci verso la vita felice. A questo proposito il valore che naturalmente scaturisce da questo corso d’azione è l’autostima: cioè l’autovalutazione positiva di sè che il soggetto ottiene nel momento in cui realizza i propri valori. È il riconoscimento della propria competenza in quanto agenti morali, della propria capacità di raggiungere la felicità, il che ci rende meritevoli di vivere.
L’uomo che fa da ideale morale per Ayn Rand è l’egoista razionale, cioè l’uomo che ha l’ambizione di essere il suo più alto valore. Questa ambizione si sintetizza nella ricerca della perfezione morale, che l’autrice individua in una razionalità ininterrotta. Dunque l’egoista razionale di Ayn Rand è un uomo la cui caratteristica peculiare è quella di agire secondo i principi formulati dalla sua ragione. Non è, come potrebbe suggerire il concetto tradizionale di egoismo, un uomo che segue ogni suo impulso ed è disposto a tutto pur di realizzarlo. Questa distinzione può richiamare quella che Aristotele fa nel libro IX dell’etica nicomachea, tra l’egoista al grado supremo che segue in tutto il dettato della propria ragione, e l’egoista come inteso dalla massa che segue il dettato delle passioni. La convergenza non è però esplicitata dall’autrice, che anzi, tende a distanziarsi dall’etica aristotelica a causa della sua forte attenzione per la dimensione politica. L’egoista razionale di Ayn Rand è infatti un individualista, che può realizzarsi in quanto uomo anche su un’isola deserta, purché consegua quei valori che promuovono la sua esistenza. Questo lo possiamo vedere nei romanzi dell’autrice dove emerge tutta la sua fiducia nelle capacità dell’uomo, nella sua ragione e nel suo diritto alla felicità. Gli eroi randiano sono infatti individui che si pongono di fronte all’esistenza con un’attitudine orgogliosa, che realizzano i loro valori e al termine di diversi romanzi Ayn Rand fa pronunciare loro discorsi in cui si può comprendere in modo chiaro ed efficace cosa intenda dire l’autrice quando indica nell’indivuduo la più piccola minoranza sulla terra, cui va resa giustizia.

Una gita a Venezia. Suggestioni

Fermi. Sulla soglia di Venezia. L’acqua della laguna attira inesorabile le mie lacrime, perché io sto rinascendo, e per intraprendere il primo respiro, bisogna pur soffrire.
Una porta senza batacchio, e tante chiavi abbandonate sulla soglia di una vetrina… chi aspetteranno sotto a quei santi?

La fretta è un soggetto interessante.

Un volto marmoreo strusciato di nero… sembra triste, ma forse è solo sul piede di battaglia. L’ascia già nascosta, e la speranza di superare questa lotta interiore.

Un sotoportego guarda verso un muro spaziato, c’è una via aperta in fondo, si vede un termine ed una possibilità insieme. La gente cammina tranquilla, si volgono all’apertura, ma cosa nasconde quel muro? Tatti e passi di rana

Pericolo… pericolo di vita [dolcemente]

Io devo essere io, perché questa straziante trsitezza? Il bene si trasforma nel male, e il male sembra ragionevole… ma allora c’è una via: io so cosa è buono. Che debba smettere di pensare? No, non è esatto. Piuttosto devo scegliere la giusta voce da ascoltare, eliminando l’altra ingannatrice, che da troppi anni mi attenta. E il viaggio, l’esperienza, sapranno farmi dire Io(?)

Il vento… [sospiro sentito] e la fettuccia nella bottiglia

La Cà D’Oro… casa appropriata al mio spirito. Una finestra si apre sul canale grande e anche più su c’è solo un’aria migliore da respirare. Statue senza identità che si specchiano nell’occhio del visitatore. Non sono larve in cerca di sangue, ma forme che hanno finalmente trovato la loro vera natura, nel vivere.

Uno sguardo annoiato, disattivo, morto in quel quadro. E il Redentore che ostentava uno sguardo che non era mai nel tuo campo visivo, ma ti chiamava. Ah che dolore questa lei.

Non temo la scheggia perché voglio che il tempo e la storia entrino in me 

Sento i passi nel battistero. Ma questa corte… non è ancora vicina. E l’ossessione non smette, come quel rimbombo sacro e maledetto

Un luogo catturato dalla storia.

E il gioco, la magia di gettarsi nell’abisso dell’immaginazione

Poi, un gioioso passo nell’arte classica

La piazza è ventosa e si sta proprio come un petalo che è destinato a mai cadere.

Stanchezza e cielo assopito, la luna osserva i gabbiani passare sotto di sè, si sta avviando a diventare piena, e languida sorride. Mi auguro che questo riso possa valere presto anche per me. “Before to say I love you, you must to say the I”

Vorrei peter fotografare la musica, sulle zattere con la vista assorbita da quell’albergo di lusso 

Ed infine il ritorno. Tanto è stato appreso, molto è stato percorso. E ora, se per entrare si deve perder la speranza, sappiamo che si può accedere al purgatorio, e dopo altro più lieve tribolare, apparire al paradiso 

La bambina e i rondoni di mare 

Nel vento, che come seta sfiorava i nostri corpi, viaggiava sabbia cristallina, di un marrone rosato tanto profondo quanto il sentimento di fiducia nella religione. L’oceano era turchino, e i rondoni di mare fluttuavano tra i diversi soffi di vento, muovendo in cerca di cibo. Porgendo le sue innocenti mani, una giovane bambina offriva a loro il dono di preziose briciole di pane, sottratte alla sua merenda, affinché anche in loro la vita continuasse a scorrere, fedele. Aveva uno sguardo perso, i capelli appena carezzati dal vento, e nel suo profondo non si scorgeva nemmeno un briciolo di paura per l’esperienza presente, e il futuro che le si apriva davanti. Era come un cucciolo di gatto: felice di esplorare il mondo e arrampicarsi ogni dove, felice di interagire con quei rondoni di mare, tanto affamati, quanto leggiadri e gentili. Sembrava che tutto qui attorno avesse voluto rispondere al cuore della bambina: il mondo non era poi un così brutto posto in quell’epoca, su quella spiaggia, in quel momento. E davvero, sia il sole, che le correnti, che l’oceano, si erano fatti più gentili. Camminammo qualche ora sul lungomare, dipingendo nel cielo alcuni lievi disegni: fumi di sigarette incrociati, che si spalancavano all’ozio del primo pomeriggio. C’era una chiesa in cima alla scogliera: bianca, con il tetto a punta, semplice e nero. Proprio i colori dei rondoni di mare, proprio come se fosse stata disegnata da quella bambina… Dopo una lunga passeggiata ci fermammo in una zona in cui gli scogli avevano creato un piccolo specchio di laguna. Ci sedemmo accoccolati su un masso vecchio come l’intera spiaggia, forse il padre di molto granelli di sabbia, che ancora non troppo pronti per partire, per lasciare la dimora, gli lambivano i piedi, carezzandolo sulla sua antica superficie. Così si nutrivano di lui, e insieme ne ampliavano la vita. Questo sasso, così, non era solo qui ed ora, ma era, con tutte le sue parti, lontano e vicino, profondo e attaccato al suolo, grande tanto quanto il panorama, e abbastanza piccolo da permettere che noi due ci sdraiassimo su di lui, andando anche noi a incidere sulla sua forma, permettendogli di incidere sulla nostra. Sopra la scogliera dei pini di mare ondeggiavano leggeri, e un pittore disegnava una donna con una bambina, mentre salutavano l’orizzonte. Dopo un lieve riposo, ci spingemmo con i visi a guardare dentro alla laguna, per trovare e cogliere l’immagine dei pesci che sognavamo già di scorgere all’interno. Ma l’acqua lì taceva. Tutto era umido e silenzioso. La nostra immagine, sola, si stagliava sulla superficie salata dello specchio d’acqua e ci trasferiva dal mondo della terra, a quello del cielo, riflesso. Ora noi eravamo quei rondoni di mare, che andavamo a scambiare sguardi e battiti di cuore con la bambina che ci dava da mangiare, e lei aveva il compito di raccontare la nostra storia. Ogni prospettiva assumeva allora la sua lunghezza d’onda, come una parte essenziale della melodia di un presente, che risuona in ogni momento della presenza di tutti noi esseri viventi. In un incrocio di storie, di sguardi e di respiri, ogni singola prospettiva ha la sua importanza, e il dono più grande che chiunque possa fare, è quello di tendere le proprie mani in avanti, al fine di condividere con i rondoni di mare il proprio cibo.

Un’immagine per tutti gli innamorati 

Noi tutti siamo come sassi gettati su un lago, se non siamo in grado di rimablzare passo dopo passo, cadremo a picco. Ma… giorno dopo giorno, attimo dopo attimo, se c’è quell’acqua, quel punto che noi tangiamo con la giusta velocità, con la giusta levigatezza… allora, essa ci spingerà in alto, ci spingerà avanti.

E la spinta che ci guida, insieme, non potrà mai finire finché ci sfioriamo le dita… anche se andassi a fondo, tu e io, ora, siamo l’acqua che avvolgerà e cullerà le nostre anime.

Così, infine, noi siamo il tiepido bacio in cui l’acqua e la terra si fondono, la risonanza concentrica dell’ultimo salto. Il culmine dell’immagine della vita. 

L’incontro dei due amanti 

Sto pensando ad un racconto, una storia d’amore. Tra le pieghe della giornata ritaglio questi momenti che si intessono di senso, risuonando con il mio sognare Il sentimento. Condivido volentieri con voi questa vibrazione 

Per la prima volta capiva cosa significasse davvero essere-per. Non sentiva alcuna costrizione, alcun limite nel suo agire. Lei era come una vibrazione costante nella sua vita, che risuonava e brillava appena sotto la superficie di tutti gli attimi delle sue giornate. Non aveva bisogno di guardarsi intorno, tra la folla, di cercare, di capire: sapeva perfettamente che lei stava vivendo in una dimensione vicina, e poteva ancora sentire il suo peso sul suo corpo, il suo speciale modo di abbracciarlo, e… il battito del suo cuore. Ogni respiro che prolungava la sua vita, prolungava anche il sentimento della sua anima, perché ricordava così tanto il suo profumo. Prima di quel momento non sapevo cosa significasse vivere, ora ogni cosa era più vivace, più leggera. Si metteva di fronte a lui, e lo salutava. Dolce, entrava nel suo io per informarlo della bellezza e della naturalezza che aveva di fronte. Così ora conosceva la natura. E le cose… ah, le cose, avevano tutto un altro senso: ciascuna cantava la sua storia e si stagliava disponibile alla sua mano, al suo osservare, al suo respiro. Era una esperienza tanto luminosa, che nulla avrebbe potuto annebbiarne lo splendore. E quando vedeva il suo viso sorridente, avvicinandosi, ecco che allora tutto, tutta la giornata, l’inciampo sul selciato sconnesso, la fatica della lezione, quel pasto fatto rapido, e l’aiuto dato a quell’uomo per strada… tutto cadeva nel suo giusto posto. Sapeva già cosa lo aspettava quando vedeva il suo sorriso, e davvero, poteva vivere insieme nel presente e nel futuro. Camminava normalmente, e intanto tutti e due si erano già riconosciuti, avevano già pronto l’ordine nelle mani, nei visi: ecco la persona amata, stringila forte, sentine il respiro …e baciala. Così fecero ogni volta, e sempre. Quando si incontravano lui camminava senza fretta verso di lei, gustandosi il mondo che li sorreggeva in quel momento magico. Lei lo osservava avvicinarsi, sentendone gli occhi, ascoltandone il suono, tra tutti gli altri che la circondavano. Poi si riunivano. Tutto il loro tempo non era spezzato in parti in cui non erano insieme, e altre in cui lo erano, no. Il loro tempo era presente. Un presente continuo, accolto da un ambiente infinito, dove ogni particolare angolo o sasso, poteva abbracciare uno speciale senso, se veniva toccato da loro, insieme, e diventare una stella, una segnovia per il loro viaggiare. 

Spaziando tra l’oggi e il domani 

Qual è il senso della vita?Una domanda sparsa, gettata qua e là dai molti partecipanti al suo spettacolo.

“Senso” cosa ci stiamo chiedendo esattamente con questa parola? Il senso della vita potrebbe essere l’insieme delle esperieze di tutti gli esseri del nostro circondario. Tutte le persone, piante, pietre, misteri e magie che abbiamo incontrato, con la loro natura convenzionale, più quella che noi attribuiamo a loro. Questo potrebbe essere il senso della vita da un punto di vista linguistico, simbolico. Ma il senso della vita, quello vero, non solo imbrogliato con una risposta meditata, quale potrebbe essere, possiamo avvicinarci ad esso?

Potrebbe essere qualcosa di tragico, titanico: semplicemente: una teatralizzata battaglia dove ciascuno con il suo modo, più o meno indipendente, si mette di fronte ai giorni e si trova a fare. Ha delle abitudini, dei difetti e dei pregi, e in modo più o meno consapevole li impersona nel suo esistere.

Così il senso della vita sta nell’essere personaggi gettati in un certo ambiente, in una parte del mondo, aperta e ancora tutta da scrivere. È essere un punto, perciò avere una propria dimensione, e cioè aver la possibilità di ripetersi in infinite combinazioni: ci sono linee, ellissi, iperboli e… circonferenze. Alcuni sono anche curve più eclettiche e cercano di costruire un percorso nuovo.

Nel senso della vita ci sono le sue leggi, il piano in cui ci si muove, con tutta la ricchezza delle sue possibilità. Ostacoli, forature, …felicitazioni. E costruire questa nostra storia, disegnata e tratteggiata, arieggiata, è un senso che può anche prevedere divinazioni, ascesi o credi di vario tipo. Magia, superstizione,superstizione sociale. C’è tutto questo nel senso della vita e ciascuno può interpretarlo, deve interpretarlo, poiché vivendo ogni giorno, pensando distrattamente, o in modo accorto, sognando o dormendo… esiste. E ha una vibrazione di fondo, il senso, — quella dimensione, che va esplorata fin nel suo cuore — che se richiesto non emerge, ma che se osservato, con grandissima cura, può essere svelato.

Uno può anche pensare di non avere più niente da fare, di aver perso tutto ciò che costituiva il suo vivere, la sua possibilità di vivere. Allora l’uomo può anche uccidersi.

Il vuoto che ho visto questa tiepida mattina di primavera, ha acceso una notte di mille speranze, in cui non ho dormito, immaginando possibili storie d’amore… questo senso io non capisco: perché il vuoto? Perché non il fine?

Dondolandomi sulla montagna innevata ho visto qualcosa, ma tra me e quello c’è un lungo percorso, e… quale direzione dovrò prendere questa volta? La mia ombra continua pure a seguirmi, e anche nel buio posso sentire il suo respiro! Una traiettoria… 

una

Traiettoria

Viaggia il viandante, con il suo fuoco e la sua ombra.

Sulla via del ritorno a casa

Il tempo e il lavoro e i vari disastri di chi viaggia guardando solo in su mi stanno occupando molto ultimamente. Ho preparato alcuni pezzi, ma non mi convincono mai. Sono in un momento di scelta e perciò sarò poco presente, ma spero presto di tornare più attivo e di poter leggere anche io i lavori indietro che avete pubblicato.

Grazie a chi continua a seguirmi, abbiate un cammino splendente!

Noi uomini siamo sempre sulla via del ritorno a casa, la via del ricordo, la via della ricerca di qualcosa di già vissuto… o forse di quello che vorremmo vivere, e abbiamo appreso nei nostri sogni, nel nostro carattere. Per questo è proprio dell’uomo il dimorare, come sentenziava Eraclito, ma è davvero questo primo senso che si deve dare al dimorare?

Sì, noi dimoriamo, il che presuppone una dimora. Un luogo in cui stiamo bene, e in cui tornare dopo le battaglie della giornata. A volte si deve ammettere la sconfitta, a volte festeggiare la vittoria, ma nella dimora, si è sempre nel posto giusto. Il posto giusto perché è quello che più intimamente potremmo chiamare “mio” non perché ci siamo solo noi e la dimora, ma perché ci siamo noi, la dimora, e lei. Mio qui non è un possessivo, ma indica quel mio che si pronuncia quando, guardandosi negli occhi, e sentendo tutto il vento del mondo, che soffia appassionatamente sulla vela della nostra anima, infine si dice: “mio”. Tutto quello che si ama riflesso in quella piccola parola: oceani, imprese, sabbie, voli, e l’apprezzamento che siamo in grado di provare, ciò che davvero amiamo, e allora, sentiamo come nostro. Non ci appartiene come una cosa, ma come la nostra stessa anima: fa parte della nostra natura essere lì, noi e in quel momento, a cospetto di quegli occhi che tanto riflettono lo stesso sentimento, e così creano una corrente meravigliosa nel labile spazio tra i due volti. La pupilla si spalanca e la dimora di ciascuno si apre, estende il suo spazio all’esterno e noi non dimoriamo più solo in noi stessi, ma iniziamo a dimorare davvero nel mondo intero.

Un minuscolo specchio colorato, se riflette davvero, basta a dar vita a tutto questo. Per dimorare si deve avere una dimora, e per dimorare nel mondo serve aver già costruito. Ciascuno di noi è il demiurgo di se stesso, l’architetto immanente che lavora tenendo d’occhio l’ambiente circostante, la bellezza, e la persona che ha da vivere: noi stessi, nella nostra dimora.

Ma il fatto di essere sulla via del ritorno ha sempre la sua complicazione: infatti, la dimora, non è come una casa costruita in mattoni e pietra: fissa, stabile. No, la nostra dimora, dobbiamo ricordarlo, siamo noi. Noi viandanti. Perciò essa deve sempre convivere con l’ambiente che ci circonda, e con i nostri momenti diversi. La dimora cammina insieme a noi, è sempre in noi, è il letto del fiume che siamo: ci contiene curandoci dalla dispersione, ma insieme segue le nostre turbolenze, le nostre amenità. Insieme possiamo scrosciare amichevolmente. Eppure, se la dimora diventa greve, — perché noi ci fissiamo su un certo corso, e non sappiamo seguire il ciclo dell’acqua fino al mare, o perché l’ambiente attorno a noi viene ignorato, e la dimora finisce per essere un aberrazione fuori dal tempo, fuori dallo stile— allora non c’è più vita. La dimora diventa condanna, spazio sempre costretto a incarnarsi in ogni esperienza diversa: cerchiamo in questo senso di tornare a casa, come se la casa fosse sempre lo stesso punto che si attraversa perdendosi in un bosco e girando in tondo.

Il flusso magnifico nello specchio degli occhi si interrompe, e ricercando sempre quella solita storia, si trasforma in appannato occhio di pesce fuor d’acqua che non riflette nulla se non l’assenza di luminosità.

Lei non è lei, questo va inserito nei dati del progetto, e anche: questo fatto che cerco, perché lo cerco? È giusto guardare sempre nella stessa direzione? No, la dimora ha ben più di una sola finestra, da cui stare al mondo.

Perciò si deve fare attenzione a tornare sempre a casa, perché se lo si fa da cittadini, questa sarà la nostra condanna, ma se lo si fa da viandanti, che hanno tante case, quanto vario è il mondo, — e talvolta certo visitano un posto già visto prima, ma con gli occhi sempre pronti a scoprire il nuovo, senza una particolare cocciutaggine a veder sempre lo stesso — allora sì, possiamo dire “Ethos antropoi daimon”