Penteo 

Articolo che segue al mio Fedro, consiglio la lettura per apprezzarlo al meglio 🙂 

https://dustitoffblog.wordpress.com/2016/06/01/fedro/

Fedro tornando dal suo viaggio alla
grotta incontrò Penteo. Camminava solo, attraverso un boschetto di pioppi, con un bastone in mano: lo usavo per esaminare il terreno, le foglie e gli altri rami secchi, disegnando tante traiettorie musicali e oscure nel sottobosco. Oscuri erano quei disegni, come il suo pensiero, che crucciato si rivelava in uno sgaurdo amaro, per lo meno addolorata era la sua bocca, ma non piegata in una smorfia di dolore. L’ambiente circostante lambiva la sua figura, facendolo apparire come un bambino che giochi a cercare gli insetti tra gli arbusti con uno stecchino. “Penteo! Che ci fai lì nel boschetto tutto solo? Qualcosa ti fa soffrire?” “Chi è?” Ah, sei tu Fedro! Ah… Vedi, non so che dire, mi sento diviso in due… Sai, mi stavo chiedendo chi fossi, e improvvisamente, ho trovato che io non sono più io: Penteo. Infatti, quando sono contento e beato, — tu sai quando intendo no? Da buon poeta che si rispetti solo quando le muse mi carezzano col loro vento io sono in me — credo di poter vivere davvero come si deve, ma quando non ho il favore delle mie muse… Ecco allora che mi capita di chiedermi, se sono sempre io, quello che sento parlare, di cui vedo le mani, e di cui tocco i capelli, sentendomi mi perdo… Fedro…” “Oh Penteo… Credo di capire cosa stai dicendo. Sono molto preoccupato per questa tua situazione, perché so fin troppo bene dove può portare. Ma vedi, io sono appena stato in quella grotta dove si dice sia rifugiato l’aedo, il nostro amico, te lo ricordi?” “Certo, come potrei dimenticarmene…” “Ebbene, io ti giuro sul mio corpo che là egli è ancora vivo, e accoglie i suoi amici che vogliono incontrarlo, per parlargli come sempre… Quando lo si incontrava sulla strada…” “Tu vuoi farmi ancor più male Frdro! Perché mi ricordi quell’uomo e ti prendi gioco di me? Amaramente penso alla sua scomparsa ogni giorno… E vorrei davvero ci fosse ancora per potermi consolare della sua presenza nel mondo…” “Ah! Ma Penteo, davvero! Io ti giuro che lui è là, e anzi, ti dico, vai tu stesso a vedere! Saprà di certo farti rinascere a dovere. Anche io dopo averlo visto mi sento di nuovo bene, sono pronto a compiere la mia strada… Sì, addio Penteo. Mi spiace molto per le tue disgrazie.” Fedro si avvicinò a Penteo, e senza dire nulla lo abbracciò sorridendo: Penteo si sentì avvolgere come dalle morbide acque di un fiume, e strinse per un istante l’amico. Aveva riconosciuto quell’abbraccio, quella natura. Decise senza indugio di partire per la caverna indicata. La strada non era troppo lunga, ma nemmeno troppo corta, era una strada sufficientemente tranquilla e farla portava spontaneamente a vagare con il pensiero, a purificarsi prima di vedere la costa del mare, godere di felicità nel cuore, ed infine raggiungere l’antro. Da dentro si udiva qualcuno suonare il flauto. Penteo si precipitò nella bocca, cadde a terra e rotolò verso il fondo, sentì calore mentre scendeva ma non si ferì, solo arrivò di fronte alla parete finale tutto dolorante e pieno di sabbia, restò per un poco di tempo così: bloccato a terra, fissando la sua ombra proiettata dal sole dietro di lui sul fondo della caverna. Una voce lo risvegliò dal suo momento di disorientamento e stupore. “Penteo! Guarda chi si vede! Come stai, mio caro? Ti vedo addolorato e dolorante, sembra che tu abbia scoperto uno dei più brutti segreti dell’universo…” Penteo non credeva ai suoi occhi, li spalancò, lucidi, vividi come quelli di un cavallo di fronte al fuoco, o alla guerra, o a qualcuna di quelle cose a cui un cavallo non potrebbe credere. L’aedo che tanto aveva imporporato i suoi giorni più gioiosi ora era lì, e lo guardava benevolo in volto. Carezzò il suo capo. Quel modo che solo lui aveva di trattare con gli uomini… “Aedo… Allora sei davvero qui… Fedro aveva proprio ragione, me lo sentivo, da come mi ha salutato…” “Oh, Penteo, certo che sono qui! Come avrei potuto abbandonare i miei amici, la terra, quando il mio lavoro, ahimè, non è ancora terminato? E vedo che anche tu qui hai bisogno di esser curato. Pare che tu abbia visto uno spettro, proprio come il tuo omonimo, ingannato da Dioniso [mi riferisco qui alle Baccanti di Euripide]” “Sì, e in un certo senso proprio Dioniso mi ha preso: mi ha tolto tutto, la mia identità… Io non sono più io, aedo. La poesia, la mantica ha rapito me, Penteo. E chi è restato, qui?” “Vedo il tuo problema, Penteo… Quello che ricerchi non è per nulla facile. Tu sai, che quando il poeta canta, esso è portato dalle muse sulle loro vie. Esso abbandona la sua normale coscienza, l’anima esce dal corpo, e in piena tranquillità si sposta in una zona superiore, a lei altrettale. Ecco, Penteo, se tu ora guardassi quella zona, cosa vedresti?” “… Io vedo luce, e sento un forte vento che mi chiama il cuore, ma sono fermo, e sento come di non riuscire a muovermi” “sei fermo, ma non dove dovresti” “come?” “Guarda bene, accanto a te c’è il tuo carro, perché non sali, e ti fermi su quello? Non è la tua casa?” “Sì… Ma non ha i cavalli attaccati, come si può stare fermi su un simile carro? Continuerà a ribaltarsi in avanti” “Ma tu sali, Penteo, non preoccuparti,” Penteo si avvicinava al carro e vedeva che pian piano, questo si trasformava: era ora una sorta di asse, con due ruote e dei grossi mozzi pungenti da entrambi i lati. Al centro c’era una parte più larga adatta al conduttore, ma niente indicava la necessità di attaccare cavalli, ad un carro così strano. “Questo mio carro è davvero strano, non mi pareva certo così fatto… Eppure lo riconosco, questo legno… È proprio il mio. Bene, sono sopra aedo!” “Bravo, Penteo, ora fai attenzione: devi stare ben in equilibrio su questo carro, perché non hai i piedi per terra, se tu ti sposterai in avanti questo avanzerà, se indietro retrocederà , e così via. Quando tu canti la tua poesia voli, e sali verso le zone più pure dell’esistenza, ammantato di oro e bianchezza puoi osservare le cose, ammantandole con il tuo sguardo, puoi dar vita ai profumi, agli antichi sensi e a uomini che non sono più viandanti… Puoi dipingere senza colori, e puoi allacciare insime i più elevati sentimenti fino a costruire un arazzo meraviglioso. Ma quando sei sulla terra la sua forza ti ci tiene attaccato, è normale, Penteo. E tutti noi crediamo di dover starcene così attaccati a terra, perché abbiamo paura di cadere, come siamo senza ali! Ma chi ha imparato a sorvolare queste altezze, a sporgersi oltre la stanchezza del giorno, costui ha anche imparato a vivere nell’elemento aereo e alzandosi un poco, sopra il suo carro, deve stare in equilibrio!” “Se tu saprai mantenere la tua posizione, senza mai retrocedere dinnanzi al nemico, allora sì che sarai sempre in te: concentrato nello sforzo di stare in piedi, alato, sopra la massa dei granelli di sabbia e con lo sguardo che esige di tagliare in due un blocco di ghiaccio, per vedere cosa c’è nel mezzo…” “Aedo, le tue parole, come sempre, sono sagge. Io non vedo, eppure credevo di vedere… Proprio come il mio omonimo, Penteo. Mi hai iniziato al vero culto bacchico! Non sarebbe strano se ora mi mandassi anche da mia madre per farmi a pezzi… Sì, una vita nuova, espansa e dispersa per poi stare, uno nel tutto… Spezzare lo specchio. Non è facile davvero stare sopra al carro. Molti uomini nella foga si lasciano trascinare a terra e rotolano poi insime alle pesanti ruote, senza più riuscire a salire, e dato che vedono i loro compagni fare lo stesso, credono di essere in una condizione corretta e normale. Ma non è questo il giusto modo di condurre la propria vita… Lo so, ora lo vedo più chiaramente… Ma tuttavia, mi manca ancora qualcosa, aedo…” “Penteo. Non ti manca nulla, a nessuno manca nulla. Questo stesso modo di comportarsi ti pare sia manchevole, ma non sei obbligato a seguirlo, vedi, se ti alzassi solo un poco, e poi ti volgesti subito indietro, vedresti bene in che posizione ti trovi. Ma come tu dici, dalla terra, chi mai potrebbe conoscerne la superficie tutta senza levarsi in cielo, o su un monte? Il Citerone, magari. Quindi questo io ti dico, vai su un monte e osserva la terra, poi torna a casa e osserva te stesso. Continua e continua ancora, finché non avrai impresso dentro di te la giusta forma, quella dell’uomo, come io la disegnai, prima di gettarmi dalla scogliera. Deluso dagli uomini che tu racconti decisi di partire, e il dio, per punirmi, in questa grotta mi lasciò, affinché avvisassi e aiutassi gli altri a non gettarsi prima del tempo. So che è difficile, Penteo… In noi ci sono come due principi: uno dell’indolenza, l’altro dell’attività, sempre noi siamo indulgenti con noi stessi, e così diamo nutrimento al principio dell’indolenza, sin da piccoli, ogni cessione, ogni rimando ci spingono nelle fosse della terra. Ogni rinuncia, ogni spostamento di un problema, non tagliato adeguatamente con lo sguardo, ma gettato da parte intero, annebbiato affinché non ce ne ricordassimo più… Tutte quelle frasi comuni, quei giudizi ingiusti verso certe azioni che pure riconosciamo errate o insufficienti. Non devi mai arrenderti Penteo! Stai sul tuo carro e scaglia le tue frecce senza mancare il bersaglio, con la giusta forza. Valuta.” “Nutrirai così il tuo moto attivo, e lo renderai il più forte. Sono queste due naturali tendenze nell’uomo, ma la scelta su quale coltivare spetta a ognuno di noi, alla nostra anima.” “Tu hai visto che la sola poesia non basta ad allevare un uomo, finisce per sdoppiarsi in due per l’eccellenza che lo attrae magnetica, e poi quando le muse non lo carezzano si sente come sperduto. Ma c’è un tipo di vista e di giudizio che può salvarti! Quel richiamo e quel pensiero autentico che è la filosofia, Penteo. Queste due attività hanno in comune il modo di vedere, e la luminosità dello spirito, ma dove una è condizione temporanea, che avvicina al divino, l’altra è saggezza umana, che va alimentata ogni giorno.” “Apri bene gli occhi, Penteo…” Un velo silenzioso avvolse la caverna, le fiaccole e le luci che la illuminavano tremolarono, e l’aedo si avvicinò a Penteo, che meditava su ciò che avevo ascoltato, gli poggiò una mano sulla spalla, e questi, tanto era intento nel suo ragionamento, quasi non se ne accorse. Sentì, “Addio, Penteo,” intravide un sorriso aperto, una leggera stretta sulla spalla, e allora alzò lo sguardo per salutare il suo amico, ma non c’era più nulla. Sentì solo un soffio di vento che lo avvolgeva. Sorrise e si incamminò verso l’uscita della caverna. Era difficile camminare sopra al proprio carro, eppure, come un giovane cavallo, avrebbe imparato a correre anche in battaglia, contro al nemico, senza paura. Pochi passi fuori dalla foresta vide una fonte bellissima, si fermò, ispirato dalla musa, e fece questo il suo stile di vita. Osservare ogni giorno la fonte meravigliosa dei giorni, attraversare ogni sua azione con uno sforzo decisivo. Sì, era questa la vera via per salvare Tebe: non l’assoluta resistenza, n’è una fluidità che annebbia ogni cosa. 

Fedro

<questo è l’ultimo brano in cui mi ispiro a Platone, l’ho scritto circa un mese fa… Sono cambiate molte cose, ma è come l’alba di uno sforzo nuovo. Che già opera negli altri miei ultimi brani, lo voglio porre qui, come segno del mio percorso. Buon viaggio cari viandanti>

C’era una volta, in un paese lontano, in un tempo in qualche modo vicino un banditore. Era un tipo speciale, sempre vestito da aedo, con un portamento maestoso. Si scomponeva solo quando dava il suo spettacolo. Capitava infatti a volte di vederlo di fronte ad un monte, un fiume o una distesa di campi dorati: lì pretendeva di dare spettacolo. Indicava il panorama, gridando “venghino signori! Venite a vedere le meraviglie della natura, fermatevi qui con me a dare un’occhio al panorama, ma che occhio! Diamoci una mano, due gambe e tre capelli!” Poi, quando aveva raccolto abbastanza gente, si gettavano in mezzo alla natura e giocavano a prendersi, o a rincorrersi. Erano come invasati agli occhi dei passanti, ma parevano divertirsi un mondo. Così parecchi avevano voluto provare questa sorta di rito e ormai moltissimi seguivano il banditore, ma nessuno sapeva dove si sarebbe fermato la prossima volta. A volte capitava di trovarlo durante i propri viaggi, che camminava pensieroso per la strada. Si fermava sempre incrociando l’amico e lo salutava gaiamente, con un gran inchino, poi proseguiva verso il “dove”, come diceva lui. Era un individuo enigmatico e allettante! A volte poi si fermava con qualche persona incontrata per strada e discuteva, a viso aperto su vari problemi, problemi reali, infatti non si interessava per nulla di tutto ciò che era vagamente legato alle cose che le persone credono buone… Invece andava sempre in cerca di qualcosa di nuovo, o forse, come diceva lui “Di riconosciuto ma di non conosciuto e ricordato”. Un giorno il banditore si trovava in una regione costiera, con alte scogliere che sembravano esser state strappate direttamente dalla costa: aguzze e frastagliate tangenti che si infrangevano nel mare spumeggiante: cascate di terra cristallizzata che schianta sul sale dell’oceano infrangendolo per finire dolcemente dentro di lui, in profondità, accoccolate sul fondo sabbioso. Era incantato da questa visione e invitava tutti a dare un’occhiata. Chiedeva anche ai passanti di provare a descrivere quello che sentivano, quello che vedevano, ma di nessuno era soddisfatto. Decise così di gettarsi anch’egli nelle profondità dell’oceano: un tuffo eterno, seilenzio… Il vento è piacevole da quassù, vedo i gabbiani che volano sopra di me, l’acqua si avvicina, ne sento il profumo e la dolce voce di richiamo… Poi l’impatto: suono d’immersione amplificato all’agghiaccio, schizzi rossi che si sollevano, nessun lamento e… La riemersione, il nuoto verso riva! Era vivo, troppo vivo per quella caduta, pensarono gli uomini che lo avevano veduto cadere. Da quel momento nessuno ne seppe più nulla, ma si dice che in una grotta, poco lontana dalla spiaggia in cui tutti lo videro chiaramente approdare, si possa talvolta udire il suo canto. Il suo cadavere? Se esiste non è su questa terra, dove sia andato dopo tutti questi anni nessuno lo sa. Certo è che a volte c’è ancora gente che corre gaia e serena nei luoghi in cui si fermava a declamare, e c’è persino chi giura di averlo rivisto proprio in quei luoghi, come un fantasma? Non proprio, dicono “come un ritornante”. “Ma tutti si ricordavano di lui e si interrogavano sulla sua storia?” Non esattamente, per alcun tempo ci fu una sorta di caccia alla sua figura, tutti erano smaniosi di sapere se fosse davvero sopravvissuto con tutti i suoi soliti inviti a guardare e vivere a contatto con l’ambiente, a curarsi del sè e a cantare insieme a chi ci stava a cuore. Poi quando questi si stancarono di cercarlo restarono le testimonianze di chi lo aveva visto, chi ci aveva persino parlato, ma nulla di preciso. 
Io lo conoscevo bene quel viandante e spesso avevo condiviso con lui la strada, solo non avevo saputo mai compiere fino in fondo il suo cammino, non lo avevo compreso bene, o forse non riuscivo a seguirlo? Dovevo forse ricominciare da zero? Meglio cento giorni ben vissuti che un anno o più fitti di inganno. Andai allora nella grotta dove dicevano si fosse rifugiato dopo la sua scomparsa nel mondo dei vivi. Vi dirò la verità: io quel giorno entrando sentii qualcuno che mi chiamava, era proprio lui! Mi aveva riconosciuto e veniva ad accogliermi, maestoso come sempre, con un sorriso davvero umano sul viso, ma non era “troppo umano”, no, era davvero umano! Mi prese il braccio e parlando gentilmente mi condusse verso il fondo dell’altro: c’era un fuoco che proiettava sul fond della caverna le nostre ombre tremanti, meglio, la mia sembrava così piccola e labile in confronto alla sua… Ci sedemmo con la schiena rivolta verso l’apertura, le gambe incrociate, tranquilli a guardare la semioscurità illuminata dal fuoco e dalla luce del sole alle nostre spalle, che filtrava accarezzando l’aria della caverna. Dopo un po’ di silenzio, quando la mia ombra si fu completamente abituata all’ambiente e anche il mio respiro ormai era tutt’uno con il vento, l’aedo prese a parlarmi. Sorrideva sicuro ed i suoi occhi splendevano di un colore che non saprei descrivere: “Sei il benvenuto, o Fedro, spero che il tuo viaggio fin qui, la tua discesa, non sia stata troppo faticosa e irta di pericoli, ora che vedo che hai perso la tua lanterna… Sei qui per questo, non è vero?” “Sì, sono proprio qui per questo credo, ed è un grandissimo piacere incontrarti, aedo, è da parecchio tempo che non sento la tua voce e che non mi unisco ai tuoi giochi, sai, molti tentano di fare il tuo stesso mestiere là fuori, ma non è proprio la stessa cosa… Tutt’altra era il tuo teatro!” “Oh, me ne rammarico molto, Fedro, ma vedi, il fatto che ci provino è già una grande felicità per me, saranno uomini coraggiosi e belli quelli che si allenano su questa via e imparano qualcosa. Ma veniamo a te… Io vedo che tu sei piuttosto stanco e hai bisogno di cure, bene. Senti, quand’è l’ultima volta che hai dato un abbraccio sincero ad un amico?” “Non saprei dirlo, amico mio” “Lo vedo. Ciò che ti manca, Fedro, è un po’ di coraggio, non sei certo un vile, ma sei troppo concentrato in te stesso, dovresti invece aprirti al mondo… Giusto quel tanto di più che basta per andare da un tuo amico di cui ti fidi per abbracciarlo e parlare insieme a lui. Ecco, vieni qui, io ti saluto” mi avvicinai all’aedo che mi strinse appena, era qualcosa di strano, mi stava certamente abbracciando, ma sembrava che io fossi immerso in un fiume: l’acqua incontrando la mia figura si allargava e cingeva il mio spirito come purificandolo da tutti i dubbi e i pregiudizi che potessi avere… provai solo una cosa: il sincero. Lo strinsi a mia volta, appena, come stava facendo lui… Quando ci fummo separati tornammo ai nostri posti, mi disse “Vedo che hai compreso ciò che intendevo, sembra strano che proprio io che non mi faccio vedere da tanti anni ti predichi di aprirti al mondo… Ma io sono qui da questa parte ormai, e aspetto chiunque voglia venire a trovarmi con grande contentezza, anche se in vero… Sono e non sono. Ti spiegherò più chiaramente visto che vedo che non capisci, giustamente, immagino. Io ho sbagliato, ho deciso di abbandonare l’uomo e di rimescolarmi prematuramente nella natura. Ero desideroso di rivivere nei campi, nel soffio del vento, in ogni mio amico che si fosse ricordato di me, ma il dio rimproverandomi per questo decise di chiudermi in questo antro affinché continuassi ad esser uomo, pur essendo natura. Così sono qui da molto tempo ormai e chiunque passa per queste gole lo accolgo in questa mia dimora per liberarlo, proprio come te…” “Liberarlo…” “Sì, Fedro, liberarlo da inutili paure, dal terrore che percuote l’uomo: la solitudine, che lo spinge a volte in spelonche molto più buie di questa. Lo invito invece a partire, a prendere in considerazione il proprio sè autentico! Sai, in noi ci sono molteplici parti, che se ben accordate producono un suono bellissimo, quando invece c’è qualche granello di sporcizia o le parti non sono ben combinate, il nostro canto è come quello di cigni: bellissimi uomini che cantano sgraziatamente, se non prima di morire, quando esprimono il loro più bel canto, poiché orami, le parti che sono più sensitive e indovine di noi, hanno già sentito il profumo della fine e allora, insieme, tutte provano cordoglio e si chiedono se saranno ancora insieme. Ma io devo ancora dirti di quali parti si tratta. Bene, considera questo come un discorso verosimile, non vero, perché è l’argomento che governa la più o meno verità del discorso su di esso, e di questi elementi — se vuoi chiamali nel loro insieme anima — nessuno sa nulla di certo. Devi sapere dunque che dentro di noi vivono tre oggetti in comunicazione tra loro: una sorta di stanza, che contiene un blocco, un cubo di qualche materiale simile al ghiaccio e una fontana che con il suo getto tiene il cubo in equilibrio e sollevato dal pavimento della stanza, che però non è bagnato, quello della fontana è infatti una sorta di fumo evanescente ma molto intenso a toccarlo. Questi tre elementi sono rispettivamente il nostro carattere superficiale: il noi che osserva se stessi — quello che contiene, dico — e può parlarci, dialogarci a volte interrogandolo, a volte costringendosi a rispondere. La fontana è il flusso della volontà, dei desideri e della verità. Il cubo posto sopra essa è come il nostro giudizio accorto, è il principale interlocutore della stanza, e a volte la consiglia su come agire o su che dire, su cosa deve pensare… Il fatto è però questo: il cubo e la fontana sono in un rapporto strettissimo: uno con il suo peso schiaccia la il flusso ascendente e tenta di stare in equilibrio, l’altra spinge in alto il cubo e lo fa traballare a volte gridando a volte pretendendo, a volte indignandosi o approvando con gran forza l’operato dei tre insieme. La fonte è il cubo discutono spesso e volentieri, e quando la fonte è troppo pressata a volte compie il suo moto con gran forza e fa pericolosamente traballare il cubo, che allora si schiera dalla sua parte e comunica alla stanza il messaggio segreto che sale dalle nostre profondità.  Ora, quando le tre parti, come dicevo, sono in armonia la stanza è pulita e ricca di ordine, la fonte spumeggia in modo vivo e costante sollevando il cubo sino a mezza altezza della stanza, ma senza fargli perdere l’equilibrio: in questa condizione noi siamo perfettamente in pace con noi stessi: vediamo e sentiamo chiaramente il messaggio del cubo, che tiene conto felicemente anche del messaggio della fonte e ce lo comunica, così che noi possiamo decidere cosa fare e come comportarci in maniera assolutamente calma e sentita. Lo stato di equilibrio non si mantiene però facilmente, o Fedro, infatti la fonte è molto capricciosa agli eventi, e il cubo piuttosto pesante da sorreggere, così ci si deve impegnare, con il proprio sè a discorrere spesso e volentieri con gli altri due, così da mantenere l’autenticità della propria persona. Chi si lascia distrarre dagli eventi e taciturno osserva lo spettacolo: la guerra dentro di sè come specchio della guerra di fuori, non potrà mai accedere alla felicità, al bene compiuto con coscienza e con cuore leggero.” “Perciò, o Fedro, se vuoi tornare ad essere ancora felice e onesto con te stesso, ricorda questo mio piccolo mito e cerca di occuparti tanto del giudizio che del sentimento, vivi sognando ma vedi accanto al sogno insieme anche il mondo vero, non perderlo di vista, ma sappi invece che non è un obbligo nè un divieto. E cerca di avere ancora più fede negli uomini, gira il mondo se puoi, nascnde cose meravigliose in ogni angolo e diffondi la tua storia, il tuo ed il mio gioco! Infatti tutti dovrebbero seguire a tendere, a guardare verso qualcosa. Tutti dovrebbero sapere che non si può giocare con il proprio sè, solo con le cose e con i propri amici è bene scherzare in modo serio. E ridi, sorridi Fedro, che il tempo è ancora tutto tuo su questa terra. Come ultimo consiglio, o Fedro, ama, ama davvero: questo è uno dei sentimenti che tengono tutta la tua interezza in armonia e passione, in attività, non scegliere mai di amare per finta, o non amare mai in frazioni come quelle su cui discutono i matematici, ama invece per intero perché due diviso per due risulti uno.” “E Fedro, mi raccomando, so che tu avevi in mente di relaizzare un certo sogno, e ti impegnavi moltissimo per quello, vedo che lo fai ancora, continua così, mio caro, insieme a tutto il resto.” Dopo che l’aedo smise di parlare mi accorsi che i miei occhi erano spalancati, come accecati da una luce fortissima lacrimavano e dovetti chiuderli. Quando li riaprii non c’era più nulla: la caverna era vuota, buia, calda matrice senza fuoco nè sole. Sentivo ancora sul mio corpo la corrente di quel fiume… Vacillante mi alzai e inizia la mia ascesa, non so quante volte mi girai indietro, speranzoso, con un sorriso gentile in viso, so solo che quando uscii alla vera luce il mondo non era più quello di prima: sorgeva un giorno nuovo, di primavera… Appena mi riabituai alla luce mi voltai e appoggia il mio bastone accanto all’apertura della caverna: era un bastone che conservavo da tempo, un dono di un vecchio amico… Poi sorridendo inizia ad avviarmi verso casa, sapevo perfettamente cosa avrei fatto lungo tutto il mio cammino. Il vento mi era favorevole e in un sussurro mi disse “Addio, mio caro Fedro, un giorno saremo di nuovo insieme, ora tocca a te essere insieme”… Non mi voltai, sapevo che non occorreva in quel momento, solo mi asciugai un’occhio e allungai il passo, maestoso.