Sono sempre stato qui

Il mio respiro si anima di fuoco questa notte. Sento una grande libertà che sale dal mio contatto con la terra. Per la prima volta sono libero, perché sento la divinità dentro di me che grida di gioia, e io le sono grato. Una sola nota è bastata a risvegliarne l’orecchio: io sono sempre stato qui, per me il mio io del passato non esiste più, e il mio io del futuro non esiste ancora. Eppure tutti questi siamo qui, ora. Noi stessi siamo l’intreccio di noi stessi, e la nostra eternità si dispiegherà nei secoli, nei millenni, giungendo da lontano. Quanti attimi eterni allora compongono la nostra esistenza? Quanti raggi di luce abbiamo da vedere, da vivere con altri? Basta un solo respiro, basta sfiorare la tua mano.

Questa è la divinità: essere nel proprio esistere come tutto in uno sempre. Io domani, io ieri e io oggi. Ciò è intendere l’essere umano come incontro. Non solo come incontro di sè con il mondo e altri uomini, ma anche di sè con se stesso in quanto essere storico che abbraccia già il proprio passato e verso cui si protende il proprio futuro. Questo prendere e ricevere è la cosa più effimera dell’universo, perché di fatto esiste come tensione a ciò che non c’è già più e tensione verso ciò che non c’è ancora. Ciò non vuole dire che si deve sempre languire al passato, o accecarsi del futuro. No, semplicemente significa incontrare la propria divinità: essere in quanto si è già sempre qui, come nodo di una trasformazione che comprende un’infinità di mondi.

Allora nessuno può andare perduto, ciascuno è impossibile da perdere: Non ha senso che io scompaia, perché se io sparissi, allora, tutto ciò che mi ha toccato, e che io ho toccato, sparirebbe con me. Ma io, noi, siamo qui!

Così il bene e il male si fondono per poter dare alla luce la vita, e la vita si infiamma spalancandosi sull’eterno. Senza l’eterno non c’è vita, senza trasformazione, senza bruciatura e guaritura non c’è realtà. Solo una lacrima contiene già tutto quello che io sono e scendendo da una guancia umida e fresca e canuta insieme si infrange nell’oceano del nulla, perché il nulla è anche eterno, e tutte le cose sono nulla. Ma insieme, insieme formano la maglia più resistente e più indistruttibile del possibile e dell’impossibile. Ogni lacrima è importante con la sua differenza di sale, con le diverse luci che ha emanato, ma insieme essa stessa non è che il suo stesso percorso, la sua stessa origine e la sua stessa fine all’interno di un ricettacolo che è l’universo. Non piangete per la paura, non piangete per la tristezza, però. Ma piangete per la gioia di esistere come la storia di voi stessi. Piangete commossi perché qui è l’eterno e se qualcuno è in grado di toccarlo, questi siamo noi, non io, ma proprio noi.

Sento ancora il respiro di fuoco che arde nel mio cuore, nella mia gola. Le vene pulsano di nuovo come “spirito che taglia nelle carni” e la cosa più misteriosa di tutte è che sono sempre stato qui, e che tutti gli altri, anche loro sono sempre stati qui. E la benedizione più grande dell’uomo, è che, insieme, tutti possono giungere a vedere questo infinito ed esserlo pienamente.

[si può provare a vivere da soli, ma non è questa la meta. La meta è vivere insieme per scoprirsi come la propria collana bruciante di gioia di io.

Io sono solo nel tempo, io sono solo perché c’è anche l’esistenza. Io sono solo perché intreccio la mia luce con altri, e loro scelgono di fare lo stesso con me. Questo è l’eterno io, nel bene e nel male.]

La mia rivelazione è: “finché la pioggia continuerà a cadere, non potrà mai ardere a pieno la tua fiamma.”

Comprendere sè a partire dal mondo 

Dobbiamo ricordare che nelle persone esiste una concezione di noi, di loro, e del mondo completamente diversa da quella cui noi siamo abituati e che tendiamo a considerare assoluta. Se si riuscisse a capire il criterio di composizione con cui ci si fa un’idea di una persona, ma anche di una cosa, si potrebbe comprendere più a fondo il nostro modo di dipingere il mondo, di vedere il mondo. E se ne potrebbe poi ricostruire la storia nella nostra vita, grazie ai ricordi.

[paradigmizzazione del metodo usato da V. Ja. Propp nella Morfologia della fiaba]

La sfida dell’uomo tra il suo oggi e il suo ieri

Oggi si fa fatica ad essere noi. Da ogni dove siamo bombardati di caos: notizie, mode, affezioni, ricerche, desideri delusioni e lampi di sole. I confini del mondo sono sottili e anche i nostri confini fanno sempre più fatica ad contenere un fuoco che rischia di uscire, di consumarsi e spegnersi. Si vede negli occhi dei passanti, nelle espressioni che sobbalzano come pesci fuori dal fiume, per abboccare.Al contrario il primitivo si identifica identificando: cerca di essere. È una tartaruga galleggiante sospinta dalla corrente in un fiume ricchissimo di pesci, vaste correnti e alghe che anch’esse devono costantemente cercare di essere e riempiono e sono riempite grazie all’ultimo frutto della natura: la cultura. Questo processo di fiducia estrema che taglia nelle vene e radicalizza la domanda sul mondo, la domanda sull’io oggi è completamente scomparso. Invece si cerca un controllo, si perde di vista l’insieme di tutte le cose.

Ci vuole esercizio per mantenersi accesi, per non cadere nell’assenza di sè, per non rischiare di sprofondare negli abissi senza più il desiderio di tornare a emettere il proprio soffio in superficie, come una balena, per irrorare l’aria di tutti gli esseri e riassorbirne una parte. Talvolta ci si perde, si sente di essere in pericolo, o di avere uno strano senso di tristezza, di stanchezza. Cosa è? Non è la perdita della propria fiamma? Non è la mancanza di interpretazione e formazione, di creazione, e di… complicità elevante?

E allora cosa può spingerci alla riemersione? Io credo sia il contatto con le cose, l’azione verso e la ricezione partecipante: l’essere-per. Una costante tensione volta alla libertà come progressiva costruzione di fronte alle condizioni di ciò che abbiamo deciso di chiamare “è”. 

Un giorno camminerò per la strada, un giorno avrò una casa. Con chi sarò, dove mi troverò? Non posso saperlo. Posso solo tentare di non spegnermi, e di mantenere questo senso attivo per il più lungo tempo possibile. Se di fronte alla mia morte, se di fronte al momento fatale saprò ancora essere pronto a desiderare di scoprire “cosa c’è ora? Cosa mi aspetta ancora?” Allora saprò di aver vinto la guerra. Non altrimenti.

I santi stanno tornando! 

Perché gli scarabei galleggiano sull’acqua del fiume e proprio in questo tratto ce ne sono tanti? 
“i santi stanno tornando! Sarà di nuovo pace tra gli uomini, tutti saranno salvati e convertiti al vero dio che con la sua grazia dona il Paradiso agli uomini!”

“Cosa vai dicendo? Folle! Demoni! Demoni sono quelli. Ripetitori maledetti che incarnano uno spettro antico che ormai ha fatto il suo corso, gli indigeni sono stati strappati dalla libertà dal suo urlo salvifico, lui, insieme ad altri demoni di altra razza hanno perturbato la terra scavando nell’animo dell’uomo e togliendogli la sua fantasia, la sua intraprendenza e vi hanno sostituito la fede e la fame speculare”

“‘Deve essere così’ è una frase pericolosa, che un altro demone ha incastrato tra gli anfratti delle frasi e dei discorsi degli uomini! La scienza non ha solo preteso di descrivere il mondo in modo accurato, così che tutti potessero fare di meglio, ma ha voluto insinuarsi nelle pieghe della parola spezzando i legami che questa aveva con la spontaneità e la naturalezza dell’interpretazione. Il vero ha rubato il posto che doveva condividere con il falso. Usurpatore di un trono, legittimo possessore dell’altro ha instaurato un regno di terrore dove l’efficacia è stata spazzata via. La realtà è stata totalizzata dai santi e dai lumi e non c’è più spazio per l’indigeno, per il mago e per gli uomini” 

“Gridano da ogni dove che l’individuo ha conquistato il mondo e che perverte la mente degli uomini separandoli tra loro e spacciando ideali, impastando trame opportuniste e cancellando ogni traccia di solidarietà e di bene. È il mondo moderno dicono i santi, e la scienza passa sotto a questo attacco, ‘per la scienza!’ Ma non si rendono conto che quello che dicono non è altro che menzogna e ripicca, criticano il non individuo, l’essere che non è mai, perché non sa cosa vuol dire “essere” fuori da quello che le teorie in superficie oggi — ma che potrebbero cadere sul fondo dell’oceano domani — dicono. Atlantide è pur caduta sul fondo del mare”

“Non esiste l’individuo e non esiste la società. C’è solo un cumulo di macerie di un gruppo di selvaggi reali che ha trasformato il mondo dei selvaggi naturali e dabbene in uno specchio. Che ha voluto mangiare tutto e non lasciarsi sfuggire nemmeno un boccone di grandezza. Perché i grandi vengono trasfigurati in santi o uomini con ideali comunitari, ma nel loro senso — il significato che loro danno a queste parole — sporco di sangue.”

“Se i santi vogliono tornare su questa terra dovremo scacciarli con ogni forza, gettargli addosso i testi di tutte le religioni che pretendono di superare e fare lo stesso con ogni altro credo che si pretende universale. Quell’universlale che è solo pretesa, non assenza e slaccio.”

“Lo slaccio libera perché lascia fiorire. La libertà dal volere è essere in grado di volere quello che vogliamo davvero. Se ci chiedessimo perché nel momento in cui vogliamo essere più liberi, affermiamo la più alta libertà, proprio in quel momento ci sentiamo più imprigionati, dovremo rispondere ‘cosa dici, fratello? Non capisco le tue parole: mi appaiono gravate dal vizio della mancanza di mancanza’ la libertà può bene essere un vuoto da riempire con la nostra interpretazione. Non assenza di vincoli, perché questo presuppone dei vincoli e richiede l’azione violenta dello slaccio. Invece lo slaccio che diciamo noi difensori dall’attacco dei santi è uno slaccio che va visto come quel movimento che il fiore fa quando esce dal seme e poi dalla terra. Ha davanti uno spazio e interpretando cosa deve fare procede. Non sa cosa deve fare, perché non ne può avere coscienza, direbbe la scienza, perché vuole, direi io.”

“Ma ai santi e all’uomo giustamente fa paura questa libertà perché sembra una di quelle che non imprigiona e non impedisce in alcun modo. Si sentono minacciati, in pericolo, perché non conoscono la bellezza di aver raggiunto il proprio obbiettivo e il proprio io attraverso un movimento spontaneo e autonomo fin dove è possibile. Loro pensano che l’uomo debba essere limitato nel suo volere di schiacciare gli altri, e giustamente temono di essere distrutti all’interno della loro speculare fagia. Ma l’uomo, l’eroe, non ha bisogno di alcun laccio, e lo sfruttare altri è incatenarsi a loro. È non raggiungere i propri scopi con i proprio strumenti e le proprie alleanze, ed è dunque lo spregevole: il marchio che l’eroe può attribuire alla feccia guardandola anche dalla sua “bassezza” con la bocca davvero più che orgogliosa ‘come se sentisse l’orgoglio di essere orgogliosa’. Allora in questo tempo l’eroe è la vittima che si immola per la sua grandezza e irride chi lo compatisce e si sente al sicuro da chi lo deruba: hanno la loro depravazione e sporco come ricompensa. Questo sciopero dal male è quello che serve oggi e che farebbe una vera comunità, l’ambiente perfetto per realizzare al meglio le proprie eccellenze in ogni campo, con la fiducia e la solidarietà reciproca di chi vuole vedere solo il bene trionfare.”

“I santi stanno tornando… ma noi abbiamo bisogno di eroi.”

La libertà del volere 

Sento come qualcosa che mentre cammino e vado tenta di trattenermi e di tirarmi indietro. Guardandomi attorno interrogo il mondo cercando di scrivere quello che ho dinnanzi a me, di interpretare lo spazio mentre lo percorro. La libertà non è che mancanza: quello spazio vuoto che ci restituisce la possibilità di interpretare. Muto, guarda, eppure dice e a noi non resta che conferire significato. Lo stesso fanno gli eventi: in primo luogo ci interrogano. C’è come un filo segreto che noi abbiamo in mano, che durante l’esistenza è più volte messo alla prova. È sempre lo stesso, e immerso come è in altre correnti, a volte si fatica a setacciare il nostro pensare, il nostro dire, fare… e trovare la vena d’oro. Però, più staremo attenti, più, come un esperto cacciatore, sapremo riconoscere i pesci nell’acqua scura, senza confonderli con le alghe ondeggianti. Vedere tra la carne le vene che pulsano vita. Tutto questo è interpretare. C’è qualcosa che si mostra solo in parte e perciò ci lascia liberi di fare qualcosa insieme a lui, a partire da lui e per superarlo. Non è un dio, ma è il nostro volere. Ci sono troppe cose che vogliamo in modo inautentico, e troppo profonde sono le cose che vogliamo davvero. Perciò è difficile scorgere i fili d’oro. Infatti gli animali più liberi sono gli uccelli, massimamente i rapaci: hanno occhi potentissimi e il cielo è per loro lo spazio aperto più ricco di segni da interpretare. Ad esso si unisce la terra, il tutto visto da una prospettiva che più libera non si può. E infatti anche a Roma gli auguri osservavano il volo degli uccelli per interpretare il volere di Giove, per ratificare la loro azione. Poi compaiono eventi che ci fanno sentire concretamente il peso di essere. È come se quel filo profondo, che è il nostro volere, sia il più difficile da mantenere e da scorgere chiaramente, perché c’è troppo rumore dentro di noi, versato dal vivere lontani da noi stessi. Questa non è l’epoca dell’individuo, questa è l’epoca del burattino. Un vero individuo sa cosa vuole e agisce di conseguenza, un vero individuo affronta la realtà eroicamente, senza paura di forze che sono davanti a lui irrisorie, appena ci si rende conto che quelle forze non sono davanti a noi, ma dentro di noi. Rovesciate come acque inquinate dall’essere-con, dall’essere storico e dall’essere nella cultura. Perciò dovremmo destabilizzarci, andare incontro a tutto ciò che è diverso dal nostro ambiente storico e culturale e incontrare la nostra vera natura, comprendere meglio quella che ci determina come essere-con: rompere la cesura tra essere-io ed essere-con e scoprire l’essere-per: colui che vuole, colui che davvero ama. Infatti non si può dire “ti amo”, si deve saper dire “Io ti amo”. Accedere al vero individuo, l’individuo che vuole: che vede la sua linea d’oro e non si lascia fraintendere. Che attribuisce correttamente il senso. La significazione: la mancanza che libera e mostra il volere, il quale si appropria e si mette polarmente in contatto con ciò che c’è. Un continuo scambio da cui risulta il nuovo prodotto: la visione nello spazio prima vuoto e aperto, di fronte ad un uomo, che speriamo sempre sia un vero individuo. Allora non c’è più divisione tra io e mondo ma c’è l’interpretazione come io che sono nel mondo, come io che esisto, come io che voglio. E nel mio volere si mescola anche la materia che mi costringe a dare forma e già ha un suo riflesso di forma. Chi opera si mescola al suo operato. L’uomo che è-con se guarda un fiume vede solo acqua, o ciò che il “si vede” può vedere. Ma l’uomo che vuole… lui può vedere ogni cosa: un flusso vitale di sangue, un drago o la strada che unisce ogni angolo del mondo.

Spaziando tra l’oggi e il domani 

Qual è il senso della vita?Una domanda sparsa, gettata qua e là dai molti partecipanti al suo spettacolo.

“Senso” cosa ci stiamo chiedendo esattamente con questa parola? Il senso della vita potrebbe essere l’insieme delle esperieze di tutti gli esseri del nostro circondario. Tutte le persone, piante, pietre, misteri e magie che abbiamo incontrato, con la loro natura convenzionale, più quella che noi attribuiamo a loro. Questo potrebbe essere il senso della vita da un punto di vista linguistico, simbolico. Ma il senso della vita, quello vero, non solo imbrogliato con una risposta meditata, quale potrebbe essere, possiamo avvicinarci ad esso?

Potrebbe essere qualcosa di tragico, titanico: semplicemente: una teatralizzata battaglia dove ciascuno con il suo modo, più o meno indipendente, si mette di fronte ai giorni e si trova a fare. Ha delle abitudini, dei difetti e dei pregi, e in modo più o meno consapevole li impersona nel suo esistere.

Così il senso della vita sta nell’essere personaggi gettati in un certo ambiente, in una parte del mondo, aperta e ancora tutta da scrivere. È essere un punto, perciò avere una propria dimensione, e cioè aver la possibilità di ripetersi in infinite combinazioni: ci sono linee, ellissi, iperboli e… circonferenze. Alcuni sono anche curve più eclettiche e cercano di costruire un percorso nuovo.

Nel senso della vita ci sono le sue leggi, il piano in cui ci si muove, con tutta la ricchezza delle sue possibilità. Ostacoli, forature, …felicitazioni. E costruire questa nostra storia, disegnata e tratteggiata, arieggiata, è un senso che può anche prevedere divinazioni, ascesi o credi di vario tipo. Magia, superstizione,superstizione sociale. C’è tutto questo nel senso della vita e ciascuno può interpretarlo, deve interpretarlo, poiché vivendo ogni giorno, pensando distrattamente, o in modo accorto, sognando o dormendo… esiste. E ha una vibrazione di fondo, il senso, — quella dimensione, che va esplorata fin nel suo cuore — che se richiesto non emerge, ma che se osservato, con grandissima cura, può essere svelato.

Uno può anche pensare di non avere più niente da fare, di aver perso tutto ciò che costituiva il suo vivere, la sua possibilità di vivere. Allora l’uomo può anche uccidersi.

Il vuoto che ho visto questa tiepida mattina di primavera, ha acceso una notte di mille speranze, in cui non ho dormito, immaginando possibili storie d’amore… questo senso io non capisco: perché il vuoto? Perché non il fine?

Dondolandomi sulla montagna innevata ho visto qualcosa, ma tra me e quello c’è un lungo percorso, e… quale direzione dovrò prendere questa volta? La mia ombra continua pure a seguirmi, e anche nel buio posso sentire il suo respiro! Una traiettoria… 

una

Traiettoria

Viaggia il viandante, con il suo fuoco e la sua ombra.

Sulla via del ritorno a casa

Il tempo e il lavoro e i vari disastri di chi viaggia guardando solo in su mi stanno occupando molto ultimamente. Ho preparato alcuni pezzi, ma non mi convincono mai. Sono in un momento di scelta e perciò sarò poco presente, ma spero presto di tornare più attivo e di poter leggere anche io i lavori indietro che avete pubblicato.

Grazie a chi continua a seguirmi, abbiate un cammino splendente!

Noi uomini siamo sempre sulla via del ritorno a casa, la via del ricordo, la via della ricerca di qualcosa di già vissuto… o forse di quello che vorremmo vivere, e abbiamo appreso nei nostri sogni, nel nostro carattere. Per questo è proprio dell’uomo il dimorare, come sentenziava Eraclito, ma è davvero questo primo senso che si deve dare al dimorare?

Sì, noi dimoriamo, il che presuppone una dimora. Un luogo in cui stiamo bene, e in cui tornare dopo le battaglie della giornata. A volte si deve ammettere la sconfitta, a volte festeggiare la vittoria, ma nella dimora, si è sempre nel posto giusto. Il posto giusto perché è quello che più intimamente potremmo chiamare “mio” non perché ci siamo solo noi e la dimora, ma perché ci siamo noi, la dimora, e lei. Mio qui non è un possessivo, ma indica quel mio che si pronuncia quando, guardandosi negli occhi, e sentendo tutto il vento del mondo, che soffia appassionatamente sulla vela della nostra anima, infine si dice: “mio”. Tutto quello che si ama riflesso in quella piccola parola: oceani, imprese, sabbie, voli, e l’apprezzamento che siamo in grado di provare, ciò che davvero amiamo, e allora, sentiamo come nostro. Non ci appartiene come una cosa, ma come la nostra stessa anima: fa parte della nostra natura essere lì, noi e in quel momento, a cospetto di quegli occhi che tanto riflettono lo stesso sentimento, e così creano una corrente meravigliosa nel labile spazio tra i due volti. La pupilla si spalanca e la dimora di ciascuno si apre, estende il suo spazio all’esterno e noi non dimoriamo più solo in noi stessi, ma iniziamo a dimorare davvero nel mondo intero.

Un minuscolo specchio colorato, se riflette davvero, basta a dar vita a tutto questo. Per dimorare si deve avere una dimora, e per dimorare nel mondo serve aver già costruito. Ciascuno di noi è il demiurgo di se stesso, l’architetto immanente che lavora tenendo d’occhio l’ambiente circostante, la bellezza, e la persona che ha da vivere: noi stessi, nella nostra dimora.

Ma il fatto di essere sulla via del ritorno ha sempre la sua complicazione: infatti, la dimora, non è come una casa costruita in mattoni e pietra: fissa, stabile. No, la nostra dimora, dobbiamo ricordarlo, siamo noi. Noi viandanti. Perciò essa deve sempre convivere con l’ambiente che ci circonda, e con i nostri momenti diversi. La dimora cammina insieme a noi, è sempre in noi, è il letto del fiume che siamo: ci contiene curandoci dalla dispersione, ma insieme segue le nostre turbolenze, le nostre amenità. Insieme possiamo scrosciare amichevolmente. Eppure, se la dimora diventa greve, — perché noi ci fissiamo su un certo corso, e non sappiamo seguire il ciclo dell’acqua fino al mare, o perché l’ambiente attorno a noi viene ignorato, e la dimora finisce per essere un aberrazione fuori dal tempo, fuori dallo stile— allora non c’è più vita. La dimora diventa condanna, spazio sempre costretto a incarnarsi in ogni esperienza diversa: cerchiamo in questo senso di tornare a casa, come se la casa fosse sempre lo stesso punto che si attraversa perdendosi in un bosco e girando in tondo.

Il flusso magnifico nello specchio degli occhi si interrompe, e ricercando sempre quella solita storia, si trasforma in appannato occhio di pesce fuor d’acqua che non riflette nulla se non l’assenza di luminosità.

Lei non è lei, questo va inserito nei dati del progetto, e anche: questo fatto che cerco, perché lo cerco? È giusto guardare sempre nella stessa direzione? No, la dimora ha ben più di una sola finestra, da cui stare al mondo.

Perciò si deve fare attenzione a tornare sempre a casa, perché se lo si fa da cittadini, questa sarà la nostra condanna, ma se lo si fa da viandanti, che hanno tante case, quanto vario è il mondo, — e talvolta certo visitano un posto già visto prima, ma con gli occhi sempre pronti a scoprire il nuovo, senza una particolare cocciutaggine a veder sempre lo stesso — allora sì, possiamo dire “Ethos antropoi daimon” 

Gatti e conigli. Uno sguardo agli occhi dell’uomo

Sono lieto di condividere con voi alcuni elementi fondamentali degli studi che sto seguendo per la mia tesi. Questo scritto è un saggio che illustra i principali aspetti della filosofia morale di Ayn Rand. È da tempo che studio questa autrice, e fino a Luglio prossimo ci avrò a che fare sempre di più! Ne sono molto contento, e spero che questo piccolo frammento possa spingervi a leggere i suoi due più importanti romanzi, in cui espone la sua filosofia — l’oggettivismo — : La rivolta di Atlante, e la Fonte Meravigliosa. Entrambi sono anche adattati in film. Sono storie davvero meravigliose, e romantiche, con una profondità di analisi psicologica incredibile.

I conigli nelle loro gabbiette hanno gli occhi neri, attenti: occhi che sanno di colpa, e sono pronti a scappare, a rifugiarsi sotto terra, ad ogni rumore. I conigli hanno questo sguardo non per la loro inconsistenza mentale, ma piuttosto, perché la natura li ha dotati così: hanno molti predatori cui devono fare attenzione, e a cui non possono sacrificarsi. Ma ci sono anche uomini con questo sguardo… Uno sguardo di attesa forzata, di paura a girar il primo angolo di ogni loro pensiero. Temono di essere scoperti, e allora fuggono celando la colpa reale che è insita nel loro sè: lo hanno tradito, fingono di essere ma non sono.

Al contrario prendiamo un giovane gatto: un animale che è in una buona posizione, nella catena alimentare. Libero dal timore di essere predato può aggirarsi felice nel suo ambiente, con gli occhi pieni del sorriso dell’esplorazione, della scoperta. Il volto aperto, sincero, di chi vuole sapere, di chi vuole vivere. Ci sono oggi persone che hanno questo sguardo? Alcuni bambini lo hanno, ancora. Ma la metamorfosi in conigli avviene troppo presto nel mondo: la colpa viene insinuata nelle loro pellicce, e la bellezza del dare un grande valore in cambio di nulla, senza trarne alcuna soddisfazione di sorta — lo zero — viene inculcata nelle loro menti. Ma se si osservasse la storia, si capirebbe che questo — il sacrificio — è sempre fatto da eroi che avevano molto in gioco, e che hanno dato la loro vita per un valore senza il quale non avrebbero potuto vivere. Infatti, per poter dire questo: “Io stimo questo valore più di ogni altra cosa, e non posso tollerare che venga maltrattato in questo modo”, prima si deve saper dire “io”. Quanti gatti adulti ci sono nel mondo? Ce ne sono, ce ne sono. Il problema è che non sono animali facilmente sociali. E non accettano di stare insime “per lo stare insieme” o “perché in pochi siamo deboli, ma in tanti siamo forti” o “perché ne abbiamo bisogno” no. Essi stanno insieme solo con chi è in grado di fornire loro un valore, l’amicizia, lo scambio —il reciproco scambio — : questi sono i loro motivi e quando si trovano tra loro, un raggio di sole illumina il volto di tutti i presenti, creando una gran luce. Se questa fosse ingiustizia, allora, trattare ciascuno come merita, poiché può incidere sulle nostre vite, sarebbe ingiusto. Ma se noi li lasciassimo liberi, liberi di credere e di produrre i valori che hanno scelto, allora, avremmo un gran dono. E ciascuno, secondo la sua abilità, potrebbe raggiungere la perfezione di cui è capace, senza alcun timore, senza ostruzioni velenose. Solo con la libertà di scegliere cosa fare, e scegliere di decidere. Questa è un libero mercato. Questo è porre la nostra vita in cima alla gerarchia dei nostri valori, e questo è agire di conseguenza in tutti i campi con razionalità, indipendenza, integrità, onestà, giustizia, produttività e orgoglio.

Qualsiasi azione che cerchi di ingannare noi stessi, gli altri, o la realtà, deve essere pertanto intesa come auto distruzione dei nostri principi — due leggi fondamentali: quella di causalità è quella di identità: A è A, l’esistenza esiste — che sono la guida necessaria a raggiungere la felicità nelle nostre vite, nel mondo, e nel camminare con lo sguardo autenticamente privo di paura verso i nostri scopi. Verso il futuro. 

L’infinito metauniverso 

Un pezzo problematico, lo confesso, che apre molte questioni, senza risolverle ancora tutte. Ma proprio per questo si offre allo sguardo del viandante, affinché raccolga una moneta e ne lasci un’altra sulla strada.

Il nostro ingresso nella storia si può chiudere in diversi modi. Una volta che siamo stati gettati <nel mondo>, si può diventare il suono di una porta a molla che sbatte da sola, quel suono al quale tutti si voltano, ma non vedono nulla: la porta va avanti e indietro ma chi o cosa sia uscito non si sa: è oltre la soglia e da lì non può tornare. Solo pochi erano girati in quella direzione e hanno visto il loro amico uscire, ma gli altri sentiranno solo un rumore… Solo? No, lo sentiranno davvero, ma in modo diverso dai primi. Un altro modo per partirsene è costruire un’uscita diversa: lo hanno fatto alcuni grandi conquistatori, ma al contrario di come io dico: l’arco di trionfo, l’ingresso vittorioso nella città che ha avuto la fortuna di una grande impresa o di una grande conquista. No! Questo è da ridere! Gli archi di trionfo servono solo per uscire! E si deve costruirli in vita, infatti un monumento non si fa da solo, potrebbe passare inosservato per anni, e poi essere riscoperto dai bravi archeologi che passeggiano sulla linea del sole che va, va verso il basso. Il più grande bene per l’uomo è non sbattere nessuna porta, ma lasciare tracce, passare oltre ogni possibile porta lasciando dei segni: le pile di sassi che i viandanti costruiscono in montagna. Infatti si deve lasciare lo spazio libero, al massimo un percorso segnato, meglio se interrotto e ammiccante in una direzione potenzialmente infinita, non usare porte a specchio costruite ad oc per ingannare le allodole. Solo così ognuno potrà osservare le diverse strade tracciate, strade vere, percorse a fatica e con grande impegno, con la meta stampata negli occhi: quei grandi eroi che tagliano la folla al mattino con la luce in viso, anche quando piove, con la loro valigia ed il loro ombrello — un contenitore di viaggi, di ricordi ed esperienze, sempre pronto ad aiutarci e in cui cullare il nostro passo, e il simbolo del tempo, del clima in cui siamo immersi, monito e arma insieme — . Questo affinchè guardandosi in giro ogni uomo possa scegliere e scegliere bene, senza imbattersi in vicoli ciechi. E l’ultima traccia da lasciare è un monumento: un arco, che apre uno spazio aperto, ma indica inequivocabile una strada, un’uscita — forse un’entrata! — che indica un ideale, uno scopo raggiunto, un’invito. Non è un’ara o un altare, ma è proprio uno spazio vuoto, — potrebbe essere di rami intrecciati, lasciamo ad altri il nobile marmo, — per non entrare e uscire dalla storia come bestiame, soggetti ad un triste statuto che non abbiamo saputo affrontare e in qualche modo modificare, ma nemmeno prendere in consapevolezza… C’è un’enorme comunità metaspaziale e metastorica che ha tracciato percorsi ed archi, che si è opposta alla tirannia, al dolore, al male e ha lasciato grandi monumenti, meravigliosi e ferventi. E ci invitano a proseguire su questa strada, a liberare quello che noi abbiamo visto e che loro a loro volta, nella loro epoca, avevano potuto vedere: tanti punti in un cielo blu scuro circondati da tempi e spazi intersecati. Ma siamo noi a vedere quello che sta a noi vedere: attorno fisicamente gli altri vedono ben diverso, e questa è tutta altra potenza! Possibilità di vedere, di vedersi e di, in un certo senso, avere orizzonti amplissimi, di tanti e tanti gradi, che vanno oltre ogni distanza e ogni tempo. Sembra una cosa fantastica allora essere in vita, altro che nessuna gioia possibile, altro che dolore! Polvere, colori, lampi e luci che si mescolano in uno spettacolo illimitato, melodie di ogni tipo componibili… Parole, frasi, l’infinito è proprio qui! Il punto sta nel non essere schiavi della contingenza: fissare obiettivi, percorrerli fino in fondo con il massimo rispetto per sè e chi si ha attorno, integrità e capacità di “gettarsi sulla destra il mantello come uomo libero”. Ma insieme immaginare, sfruttare la forza del desiderio ma non lasciarsene dominare, così da non renderlo puro strumento di calcolo e di condizionamento finale. Esso dice il vero, ma diverso è il volere selvaggio di un animale e il desiderare accorto e onesto di un uomo, che prima di tutto desidera di essere soddisfatto davvero, non sviato in perversioni e attimi comprati a caro prezzo morale. Per quanto possa esistere anche questo. Infatti siamo liberi davvero: possiamo scegliere di percorrere un percorso, o di entrare in una città già oppressa ed opprimente da cui uscire sbattendo una porta. Città, contro percorsi appena segnati, abbozzati amichevolmente e con fiducia in sè, così da averla nel proprio compagno di viaggio, anche se calpesterà la nostra stessa orma cento anni dopo: è egualmente nostro compagno, così come lo sono quelli che hanno riempito di piccoli puntelli di luce la segnavia che noi percorriamo, e possiamo ben deviare, e con lo stesso spirito tracciare nuovi segni. Fino a costruire il nostro personale arco di trionfo. Entrambi i due modi di essere appartengono all’uomo, ne ha diritto, poiché è stato gettato nel mondo, non ha avuto scelta, perciò può disporsi ormai atterrato come meglio lo aggrada… Anche se ci sono tante indicazioni che trascendono il tempo e lo spazio e cantano consigli valorosi. Gli altri, gli altri sono parte del tutto, pure noi. Infatti da grandi città escono grandi conquistatori e dalle strade più selvagge emergono grandi città, talvolta. La differenza sta nel fatto che in città si vive tra i propri simili, schiacciati e incanalati; nei percorsi naturali ci sono altre priorità, ma ciò non significa il disinteresse, anzi ce n’è il massimo, solo non emerge con una affettata e inquietante forza… Infatti anche lì ci sono poi certi compagni di viaggio fissi: le stelle nel nostro orizzonte: quella rete nella rete che si estende e parte da noi, noi parte del nostro tempo, del nostro spazio, con ciascuno un’universo aspaziale e atemporale attorno. E in questa infinita complessità emerge con incredibile potenza la diseguaglianza! La potenza stessa, ciò che permette la giustizia, che induce ad un criterio per giudicare, e che ci spinge a cercare un orizzonte comune su cui costruire la convivenza dei contrari: una mescolanza ancora, che unisce ogni contrario al suo contrario. Tutto ciò si origina però dalla differenza, senza di essa non c’è nient’altro che l’uguale sempre a se stesso. La morte dell’arte, della vita, della libertà. È pericoloso questo potere e la storia lo ha ben mostrato eccome, infatti la differenza esiste di per sè, ma quello che si deve fare nella realtà, è costruire il giusto criterio per il darsi di una differenza tutta umana che non danneggi nessuno.

Post-scritto

cosa vuol dire allora costruire un’arco di trionfo? Significa concludere la propria strada con un segno tangibile di cosa essa ha significato per noi, di cosa può produrre se seguita con la giusta costanza e fiducia. Ma insieme non obbliga, anzi, invita l’occhio a guardare oltre, sotto alla volta, la strada che è ancora aperta. L’arco è come il bastone che attizza il fuoco, lo stimola ad accendersi ancora di una differente e sempre nuova potenza. Ci sono molti archi da osservare, sulle nostre strade ne incontreremo di diversi, e sulla base della loro suggestione costruiremo a nostra volta una rete di movimento disperso, che supera ogni barriera e giunge dovunque esso vada. E lì troveremo altri archi, che ci incoraggiano sulla giusta intuizione, o lo spazio vuoto, da colonizzare con il piede fermo, poiché alle spalle abbiamo tanti ad acclamare la prosecuzione del loro percorso che ci daranno la forza che possono con le loro aspirazioni.

Il potere della storia sta in questo, la grandezza del soggetto sta nel vedere e percorrere questo immane metauniverso con la giusta luce negli occhi. E quando questa di spegnerà, se saremo ancora in vita consideriamoci maledetti! Se saremo morti, sapremo, attraversato quell’ultimo squarcio, voltandoci indietro, se solo una porta a molla starà sbattendo, o se tutto un mondo si sarà compiuto, affinché la natura continui a sprigionare la sua potenza in costante trasformazione e movimento. 

Δημιουργός

Se io dico “la rosa era blu…” già ho costruito, ho plasmato una storia. Proprio come quell’artigiano, quel “dio” facitore, il demiurgo (Δημιουργός)… “Egli persuase la necessità a condurre verso il proprio meglio la maggior parte delle cose”. La maggior parte delle cose… Non tutte, così Platone spiega il male sulla terra. C’è qualcosa per i greci che è più fondamentale, persino degli dei (Δίος) quelli veri questa volta, come Zeus (Ζέυς). È la necessità, (Άνάγκη) il fato! E cosa esisteva prima dell’opera del Demiurgo, ovvero l’ordinamento della realtà? C’erano lo spazio: la sede del divenire; le idee, somme, invisibili agli occhi del corpo e proprie a quelli dell’anima, eterne ed immutabili; e gli eventi casuali. Il Demiurgo guardò alle idee nel suo lavoro, e non avrebbe potuto fare altrimenti. Dato “che era buono e voleva che tutto fosse simile a lui” creò prima l’anima dell’universo e poi l’universo fisico stesso, così che potesse essere governato secondo ragione. Le idee che sono implicate e compongono l’anima dell’universo sono quelle di uguaglianza differenza ed esistenza. Il Demiurgo per costruire tale anima si ispirò all’idea di creatura vivente, che conteneva in sè ogni genere ed ogni specie di vivente presente sulla terra. Questo mito di una straordinaria bellezza può mostrare quella naturale tendenza dell’uomo a cercare una spiegazione per ogni fenomeno, e soprattutto per il male. “Qual è la causa dell’essere due? È la partecipazione alla dualità” nulla di più semplice e sincero. Ogni cosa è un riflesso della sua idea corrispondente nello spazio. Ma le cose sensibili “sono copie imperfette dell’idea: pur aspirandogli le restano al di sotto”. È forse errato allora volgersi con tutta l’anima alle realtà ideali? Al tentativo di superare la necessità del fato? È forse scorretto vivere da eroi piuttosto che da copie manchevoli? Ciò che so è che questa necessità, questa tensione verso la giustizia, il bene, il bello… “E tutte quelle realtà a cui noi imprimiamo il sigillo “in sè” (καθ’αυτό)” dovrebbe venire tardi nel formarsi dell’umanità, ma in fondo non così tardi, già nel V sec a.C era emersa… E oggi? Noi cosa guardiamo? Forse sarebbe più corretto pensare cosa è bene, o lecito, se vogliamo, guardare. Se guardiamo l’idea saremo bollati come idealisti, sognatori, pazzi… —oh,— se guarderemo la realtà dovremo fare molta attenzione però: ci sono almeno tante realtà diverse quanti sono le nazioni che si affacciano sui diversi oceani, ci sono tante realtà quante i “comodi” che esistono. Ma l’idea… Forse dovremmo rivolgerci nuovamente alle idee e riordinare il mondo convincendo ancora la necessità a disporre la maggior parte delle cose nel loro modo migliore… Non parliamo di utopia però, ho detto la maggior parte, non certo tutte! Questo lo riconosco, è impossibile… (chi parla? Io sono ancora nel —oh,—)