Il tocco della commozione 

Una delle sensazioni più beate, quando gli esseri che non ci sono più(*) decidono di farci il più grande dei regali, poggiando le loro dita sui nostri occhi, e baciandoci la fronte, abbracciandoci sfiorando con le loro mani il nostro collo, e con i loro capelli il nostro petto, che per l’emozione sobbalza, è la commozione.Il pianto che accorre libero amplificando lo splendore degli occhi e che mai andrebbe fermato. Sempre versato.

La cosa migliore che un uomo possa mai desiderare è commuoversi per qualcuno e vivere davvero con lui il momento, o la storia che gli ha donato.

Solo allora tutto appare pieno, giusto. Naturalemente due cuori si cercano, e si ha un contatto perfetto: un dolore o una gioia senza domande e risposte. Un dolore o una gioia che spezzano le catene dello spazio e del tempo e infrangono la nostra storia con un momento eterno. 

Per questo, vale la pena di vivere.
(*) non intendo i defunti, ma esseri misteriosi e grandi. I responsabili di quello che avverrà, gli spiriti guida che abitano in noi. 

Comprendere sè a partire dal mondo 

Dobbiamo ricordare che nelle persone esiste una concezione di noi, di loro, e del mondo completamente diversa da quella cui noi siamo abituati e che tendiamo a considerare assoluta. Se si riuscisse a capire il criterio di composizione con cui ci si fa un’idea di una persona, ma anche di una cosa, si potrebbe comprendere più a fondo il nostro modo di dipingere il mondo, di vedere il mondo. E se ne potrebbe poi ricostruire la storia nella nostra vita, grazie ai ricordi.

[paradigmizzazione del metodo usato da V. Ja. Propp nella Morfologia della fiaba]

Fedro

<questo è l’ultimo brano in cui mi ispiro a Platone, l’ho scritto circa un mese fa… Sono cambiate molte cose, ma è come l’alba di uno sforzo nuovo. Che già opera negli altri miei ultimi brani, lo voglio porre qui, come segno del mio percorso. Buon viaggio cari viandanti>

C’era una volta, in un paese lontano, in un tempo in qualche modo vicino un banditore. Era un tipo speciale, sempre vestito da aedo, con un portamento maestoso. Si scomponeva solo quando dava il suo spettacolo. Capitava infatti a volte di vederlo di fronte ad un monte, un fiume o una distesa di campi dorati: lì pretendeva di dare spettacolo. Indicava il panorama, gridando “venghino signori! Venite a vedere le meraviglie della natura, fermatevi qui con me a dare un’occhio al panorama, ma che occhio! Diamoci una mano, due gambe e tre capelli!” Poi, quando aveva raccolto abbastanza gente, si gettavano in mezzo alla natura e giocavano a prendersi, o a rincorrersi. Erano come invasati agli occhi dei passanti, ma parevano divertirsi un mondo. Così parecchi avevano voluto provare questa sorta di rito e ormai moltissimi seguivano il banditore, ma nessuno sapeva dove si sarebbe fermato la prossima volta. A volte capitava di trovarlo durante i propri viaggi, che camminava pensieroso per la strada. Si fermava sempre incrociando l’amico e lo salutava gaiamente, con un gran inchino, poi proseguiva verso il “dove”, come diceva lui. Era un individuo enigmatico e allettante! A volte poi si fermava con qualche persona incontrata per strada e discuteva, a viso aperto su vari problemi, problemi reali, infatti non si interessava per nulla di tutto ciò che era vagamente legato alle cose che le persone credono buone… Invece andava sempre in cerca di qualcosa di nuovo, o forse, come diceva lui “Di riconosciuto ma di non conosciuto e ricordato”. Un giorno il banditore si trovava in una regione costiera, con alte scogliere che sembravano esser state strappate direttamente dalla costa: aguzze e frastagliate tangenti che si infrangevano nel mare spumeggiante: cascate di terra cristallizzata che schianta sul sale dell’oceano infrangendolo per finire dolcemente dentro di lui, in profondità, accoccolate sul fondo sabbioso. Era incantato da questa visione e invitava tutti a dare un’occhiata. Chiedeva anche ai passanti di provare a descrivere quello che sentivano, quello che vedevano, ma di nessuno era soddisfatto. Decise così di gettarsi anch’egli nelle profondità dell’oceano: un tuffo eterno, seilenzio… Il vento è piacevole da quassù, vedo i gabbiani che volano sopra di me, l’acqua si avvicina, ne sento il profumo e la dolce voce di richiamo… Poi l’impatto: suono d’immersione amplificato all’agghiaccio, schizzi rossi che si sollevano, nessun lamento e… La riemersione, il nuoto verso riva! Era vivo, troppo vivo per quella caduta, pensarono gli uomini che lo avevano veduto cadere. Da quel momento nessuno ne seppe più nulla, ma si dice che in una grotta, poco lontana dalla spiaggia in cui tutti lo videro chiaramente approdare, si possa talvolta udire il suo canto. Il suo cadavere? Se esiste non è su questa terra, dove sia andato dopo tutti questi anni nessuno lo sa. Certo è che a volte c’è ancora gente che corre gaia e serena nei luoghi in cui si fermava a declamare, e c’è persino chi giura di averlo rivisto proprio in quei luoghi, come un fantasma? Non proprio, dicono “come un ritornante”. “Ma tutti si ricordavano di lui e si interrogavano sulla sua storia?” Non esattamente, per alcun tempo ci fu una sorta di caccia alla sua figura, tutti erano smaniosi di sapere se fosse davvero sopravvissuto con tutti i suoi soliti inviti a guardare e vivere a contatto con l’ambiente, a curarsi del sè e a cantare insieme a chi ci stava a cuore. Poi quando questi si stancarono di cercarlo restarono le testimonianze di chi lo aveva visto, chi ci aveva persino parlato, ma nulla di preciso. 
Io lo conoscevo bene quel viandante e spesso avevo condiviso con lui la strada, solo non avevo saputo mai compiere fino in fondo il suo cammino, non lo avevo compreso bene, o forse non riuscivo a seguirlo? Dovevo forse ricominciare da zero? Meglio cento giorni ben vissuti che un anno o più fitti di inganno. Andai allora nella grotta dove dicevano si fosse rifugiato dopo la sua scomparsa nel mondo dei vivi. Vi dirò la verità: io quel giorno entrando sentii qualcuno che mi chiamava, era proprio lui! Mi aveva riconosciuto e veniva ad accogliermi, maestoso come sempre, con un sorriso davvero umano sul viso, ma non era “troppo umano”, no, era davvero umano! Mi prese il braccio e parlando gentilmente mi condusse verso il fondo dell’altro: c’era un fuoco che proiettava sul fond della caverna le nostre ombre tremanti, meglio, la mia sembrava così piccola e labile in confronto alla sua… Ci sedemmo con la schiena rivolta verso l’apertura, le gambe incrociate, tranquilli a guardare la semioscurità illuminata dal fuoco e dalla luce del sole alle nostre spalle, che filtrava accarezzando l’aria della caverna. Dopo un po’ di silenzio, quando la mia ombra si fu completamente abituata all’ambiente e anche il mio respiro ormai era tutt’uno con il vento, l’aedo prese a parlarmi. Sorrideva sicuro ed i suoi occhi splendevano di un colore che non saprei descrivere: “Sei il benvenuto, o Fedro, spero che il tuo viaggio fin qui, la tua discesa, non sia stata troppo faticosa e irta di pericoli, ora che vedo che hai perso la tua lanterna… Sei qui per questo, non è vero?” “Sì, sono proprio qui per questo credo, ed è un grandissimo piacere incontrarti, aedo, è da parecchio tempo che non sento la tua voce e che non mi unisco ai tuoi giochi, sai, molti tentano di fare il tuo stesso mestiere là fuori, ma non è proprio la stessa cosa… Tutt’altra era il tuo teatro!” “Oh, me ne rammarico molto, Fedro, ma vedi, il fatto che ci provino è già una grande felicità per me, saranno uomini coraggiosi e belli quelli che si allenano su questa via e imparano qualcosa. Ma veniamo a te… Io vedo che tu sei piuttosto stanco e hai bisogno di cure, bene. Senti, quand’è l’ultima volta che hai dato un abbraccio sincero ad un amico?” “Non saprei dirlo, amico mio” “Lo vedo. Ciò che ti manca, Fedro, è un po’ di coraggio, non sei certo un vile, ma sei troppo concentrato in te stesso, dovresti invece aprirti al mondo… Giusto quel tanto di più che basta per andare da un tuo amico di cui ti fidi per abbracciarlo e parlare insieme a lui. Ecco, vieni qui, io ti saluto” mi avvicinai all’aedo che mi strinse appena, era qualcosa di strano, mi stava certamente abbracciando, ma sembrava che io fossi immerso in un fiume: l’acqua incontrando la mia figura si allargava e cingeva il mio spirito come purificandolo da tutti i dubbi e i pregiudizi che potessi avere… provai solo una cosa: il sincero. Lo strinsi a mia volta, appena, come stava facendo lui… Quando ci fummo separati tornammo ai nostri posti, mi disse “Vedo che hai compreso ciò che intendevo, sembra strano che proprio io che non mi faccio vedere da tanti anni ti predichi di aprirti al mondo… Ma io sono qui da questa parte ormai, e aspetto chiunque voglia venire a trovarmi con grande contentezza, anche se in vero… Sono e non sono. Ti spiegherò più chiaramente visto che vedo che non capisci, giustamente, immagino. Io ho sbagliato, ho deciso di abbandonare l’uomo e di rimescolarmi prematuramente nella natura. Ero desideroso di rivivere nei campi, nel soffio del vento, in ogni mio amico che si fosse ricordato di me, ma il dio rimproverandomi per questo decise di chiudermi in questo antro affinché continuassi ad esser uomo, pur essendo natura. Così sono qui da molto tempo ormai e chiunque passa per queste gole lo accolgo in questa mia dimora per liberarlo, proprio come te…” “Liberarlo…” “Sì, Fedro, liberarlo da inutili paure, dal terrore che percuote l’uomo: la solitudine, che lo spinge a volte in spelonche molto più buie di questa. Lo invito invece a partire, a prendere in considerazione il proprio sè autentico! Sai, in noi ci sono molteplici parti, che se ben accordate producono un suono bellissimo, quando invece c’è qualche granello di sporcizia o le parti non sono ben combinate, il nostro canto è come quello di cigni: bellissimi uomini che cantano sgraziatamente, se non prima di morire, quando esprimono il loro più bel canto, poiché orami, le parti che sono più sensitive e indovine di noi, hanno già sentito il profumo della fine e allora, insieme, tutte provano cordoglio e si chiedono se saranno ancora insieme. Ma io devo ancora dirti di quali parti si tratta. Bene, considera questo come un discorso verosimile, non vero, perché è l’argomento che governa la più o meno verità del discorso su di esso, e di questi elementi — se vuoi chiamali nel loro insieme anima — nessuno sa nulla di certo. Devi sapere dunque che dentro di noi vivono tre oggetti in comunicazione tra loro: una sorta di stanza, che contiene un blocco, un cubo di qualche materiale simile al ghiaccio e una fontana che con il suo getto tiene il cubo in equilibrio e sollevato dal pavimento della stanza, che però non è bagnato, quello della fontana è infatti una sorta di fumo evanescente ma molto intenso a toccarlo. Questi tre elementi sono rispettivamente il nostro carattere superficiale: il noi che osserva se stessi — quello che contiene, dico — e può parlarci, dialogarci a volte interrogandolo, a volte costringendosi a rispondere. La fontana è il flusso della volontà, dei desideri e della verità. Il cubo posto sopra essa è come il nostro giudizio accorto, è il principale interlocutore della stanza, e a volte la consiglia su come agire o su che dire, su cosa deve pensare… Il fatto è però questo: il cubo e la fontana sono in un rapporto strettissimo: uno con il suo peso schiaccia la il flusso ascendente e tenta di stare in equilibrio, l’altra spinge in alto il cubo e lo fa traballare a volte gridando a volte pretendendo, a volte indignandosi o approvando con gran forza l’operato dei tre insieme. La fonte è il cubo discutono spesso e volentieri, e quando la fonte è troppo pressata a volte compie il suo moto con gran forza e fa pericolosamente traballare il cubo, che allora si schiera dalla sua parte e comunica alla stanza il messaggio segreto che sale dalle nostre profondità.  Ora, quando le tre parti, come dicevo, sono in armonia la stanza è pulita e ricca di ordine, la fonte spumeggia in modo vivo e costante sollevando il cubo sino a mezza altezza della stanza, ma senza fargli perdere l’equilibrio: in questa condizione noi siamo perfettamente in pace con noi stessi: vediamo e sentiamo chiaramente il messaggio del cubo, che tiene conto felicemente anche del messaggio della fonte e ce lo comunica, così che noi possiamo decidere cosa fare e come comportarci in maniera assolutamente calma e sentita. Lo stato di equilibrio non si mantiene però facilmente, o Fedro, infatti la fonte è molto capricciosa agli eventi, e il cubo piuttosto pesante da sorreggere, così ci si deve impegnare, con il proprio sè a discorrere spesso e volentieri con gli altri due, così da mantenere l’autenticità della propria persona. Chi si lascia distrarre dagli eventi e taciturno osserva lo spettacolo: la guerra dentro di sè come specchio della guerra di fuori, non potrà mai accedere alla felicità, al bene compiuto con coscienza e con cuore leggero.” “Perciò, o Fedro, se vuoi tornare ad essere ancora felice e onesto con te stesso, ricorda questo mio piccolo mito e cerca di occuparti tanto del giudizio che del sentimento, vivi sognando ma vedi accanto al sogno insieme anche il mondo vero, non perderlo di vista, ma sappi invece che non è un obbligo nè un divieto. E cerca di avere ancora più fede negli uomini, gira il mondo se puoi, nascnde cose meravigliose in ogni angolo e diffondi la tua storia, il tuo ed il mio gioco! Infatti tutti dovrebbero seguire a tendere, a guardare verso qualcosa. Tutti dovrebbero sapere che non si può giocare con il proprio sè, solo con le cose e con i propri amici è bene scherzare in modo serio. E ridi, sorridi Fedro, che il tempo è ancora tutto tuo su questa terra. Come ultimo consiglio, o Fedro, ama, ama davvero: questo è uno dei sentimenti che tengono tutta la tua interezza in armonia e passione, in attività, non scegliere mai di amare per finta, o non amare mai in frazioni come quelle su cui discutono i matematici, ama invece per intero perché due diviso per due risulti uno.” “E Fedro, mi raccomando, so che tu avevi in mente di relaizzare un certo sogno, e ti impegnavi moltissimo per quello, vedo che lo fai ancora, continua così, mio caro, insieme a tutto il resto.” Dopo che l’aedo smise di parlare mi accorsi che i miei occhi erano spalancati, come accecati da una luce fortissima lacrimavano e dovetti chiuderli. Quando li riaprii non c’era più nulla: la caverna era vuota, buia, calda matrice senza fuoco nè sole. Sentivo ancora sul mio corpo la corrente di quel fiume… Vacillante mi alzai e inizia la mia ascesa, non so quante volte mi girai indietro, speranzoso, con un sorriso gentile in viso, so solo che quando uscii alla vera luce il mondo non era più quello di prima: sorgeva un giorno nuovo, di primavera… Appena mi riabituai alla luce mi voltai e appoggia il mio bastone accanto all’apertura della caverna: era un bastone che conservavo da tempo, un dono di un vecchio amico… Poi sorridendo inizia ad avviarmi verso casa, sapevo perfettamente cosa avrei fatto lungo tutto il mio cammino. Il vento mi era favorevole e in un sussurro mi disse “Addio, mio caro Fedro, un giorno saremo di nuovo insieme, ora tocca a te essere insieme”… Non mi voltai, sapevo che non occorreva in quel momento, solo mi asciugai un’occhio e allungai il passo, maestoso.