Da Venezia a Padova 

Ci sono modi diversi di coltivare il dolore e la tristezza nella musica e in molte altre arti. Alcuni hanno una profondità di pensiero davvero lampante e apprezzabile, ma la usano per auto infliggersi dolore e appoggiarsi alla storia cattiva. Invece altri esprimono con infinita delicatezza il loro dolore e rendono un servigio immenso all’umanità, poiché trasformano il brutto in bello, il triste in commuovente e infuocano gli spiriti dei grandi patrioti della vita. 

Il viaggio mai completo

Noi siamo fatti delle nostre scelte, dei nostri atti, emozioni, pensieri, successi e fallimenti. Il carattere ci è dato, ma in fine noi lo plasmiamo con il nostro viverlo. Sarà come il nostro bastone da passeggio, con il manico adatto solo alla nostra mano, con il segno delle pietre e dei rami che ci aiutato a sorpassare, con la curvatura del nostro peso. La nostra curva specifica, che come un arcobaleno, è però dato dalla luce e dalla pioggia. Mille aghi caldi, freddi, acidi, dolci e insperati o riconosciuti in assoluto, in cui in diversi modi, in diversi colori, ci specchiamo.È nelle nostre mani, così come la vita: il mantello che portiamo sulle spalle. Protezioni importante il corpo e lo spirito, ma conservarli, e conservarli in un certo modo non è cosa automatica. L’errore deve essere la nostra molla, piuttosto che una pala che scava attorno ai nostri piedi. Il successo è un’ala, e più viene coltivato, più saprà spingerci in alto. Perché gli errori fanno solo saltellare, svolazzare, come i polli. È un inizio, ma si deve fare il salto successivo, e come un cigno, spiccare il volo. Prepararsi per un ultimo canto degno e glorioso per un uomo.

C’è ancora spazio, e dovrà essere riempito, aggiustato e portato alla sua massima fioritura. Perché ogni evento è un frammento, non solo nella storia, ma anche nella nostra esistenza… Una parte, una parte orientata. Anche un accordo non sapremo mai se sarà maggiore o minore finché non arriveremo a scoprire la nota nel mezzo. Allora l’insieme sarà un chiaro splendore.

Non la abbiamo in mano quella nota, dico: dobbiamo costruire noi la giusta frequenza, trovare il materiale e le distanze adatte tra le corde o tra i fori, come millenni fa e anche oggi fanno migliaia di uomini sulla terra.

Tutto sta nel giusto orientamento e nel sapersi quei viandanti con mantello e bastone che impavidi stanno costruendo il loro essere. Noi, non la vita siamo responsabili. 

.La foto è scattata da dentro il ponte dei sospiri a Venezia, l’ultima luce e l’ultima Venezia che potevano vedere i condannati prima della pena.

Il viaggio in noi

Partire… Stare. Tutto il fascino dell’America in quella persona.Si può stare a lungo in un posto, senza mai viverci veramente, solo il viaggio sembra nostro: il panorama che muta, fino a specchiarsi con i luoghi che la nostra anima riconosce. Così ogni viaggio lascio in noi un pezzetto di meta: ecco, quella montagna! Siamo quasi a Montecarlo, oppure, la rotonda da cui, inequivocabilmente, si vede per la prima volta il mare, scendendo sulla costa adriatica… Campi, oceani, isole… Perché restare? Noi non stiamo mai in un posto, piuttosto viviamo nel trascorrere del percorso e la nostalgia di casa è nostalgia di vedere paesaggi a noi cari, oppure oggetti che ci sono soliti, che ci accompagnano ogni giorno. Anche quel monumento che ogni mattina ci saluta per andare all’università, il tavolo in soggiorno, con quel segno in cui così bene si appoggia la gamba che cerca riposo…
Le persone… Le persone mutano, scorrono come il panorama, a volte costeggiamo l’oceano per kilometri, a volte per pochi metri, prima di sparire tra le montagne. Perciò sono solito dire che non c’è una casa, siamo noi la nostra casa, e noi decidiamo dove dimorare. Ma in primis dimoreremo sempre nel nostro carattere, come sembra dire Eraclito nel suo frammento.
 Ήθος άνθρωποι δαίμων 
Dunque, il partire. Per dove? Per un luogo che ci fa brillare gli occhi, per quella chiesa di Balbec, per Parma… Forse Venezia. Luoghi in cui ci si perde volentieri, peoprio per non restar delusi nelle aspettative. E New York, quante promesse, quasi tante quante Atene. Il linguaggio verrà… Ma prima occorre aver visto il proprio fare: senza un fine non si va da nessuna parte, fosse anche quello di svagarsi, o piuttosto, quello di passare di là, quello di vedere luoghi che resteranno in noi, quello di poter dire, un giorno, camminando sulla riva dell’Hudston: “Da questa parte si va nel luogo in cui per la prima volta la vidi”
Per vivere, si deve prima imparare a viver bene, altrimenti ogni mezzo sarebbe inutile. E per viver bene, importante è capire la natura dell’uomo… Per fare ciò si deve raccontare e vedere, ascoltare e passare. Tutti noi passiamo, ma i luoghi che resteranno in noi, le persone che saluteremo, con cui viaggeremo, e a cui daremo una mano possiamo sceglierle.
Πάντα ρεί …. Tutto scorre