L’infinito metauniverso 

Un pezzo problematico, lo confesso, che apre molte questioni, senza risolverle ancora tutte. Ma proprio per questo si offre allo sguardo del viandante, affinché raccolga una moneta e ne lasci un’altra sulla strada.

Il nostro ingresso nella storia si può chiudere in diversi modi. Una volta che siamo stati gettati <nel mondo>, si può diventare il suono di una porta a molla che sbatte da sola, quel suono al quale tutti si voltano, ma non vedono nulla: la porta va avanti e indietro ma chi o cosa sia uscito non si sa: è oltre la soglia e da lì non può tornare. Solo pochi erano girati in quella direzione e hanno visto il loro amico uscire, ma gli altri sentiranno solo un rumore… Solo? No, lo sentiranno davvero, ma in modo diverso dai primi. Un altro modo per partirsene è costruire un’uscita diversa: lo hanno fatto alcuni grandi conquistatori, ma al contrario di come io dico: l’arco di trionfo, l’ingresso vittorioso nella città che ha avuto la fortuna di una grande impresa o di una grande conquista. No! Questo è da ridere! Gli archi di trionfo servono solo per uscire! E si deve costruirli in vita, infatti un monumento non si fa da solo, potrebbe passare inosservato per anni, e poi essere riscoperto dai bravi archeologi che passeggiano sulla linea del sole che va, va verso il basso. Il più grande bene per l’uomo è non sbattere nessuna porta, ma lasciare tracce, passare oltre ogni possibile porta lasciando dei segni: le pile di sassi che i viandanti costruiscono in montagna. Infatti si deve lasciare lo spazio libero, al massimo un percorso segnato, meglio se interrotto e ammiccante in una direzione potenzialmente infinita, non usare porte a specchio costruite ad oc per ingannare le allodole. Solo così ognuno potrà osservare le diverse strade tracciate, strade vere, percorse a fatica e con grande impegno, con la meta stampata negli occhi: quei grandi eroi che tagliano la folla al mattino con la luce in viso, anche quando piove, con la loro valigia ed il loro ombrello — un contenitore di viaggi, di ricordi ed esperienze, sempre pronto ad aiutarci e in cui cullare il nostro passo, e il simbolo del tempo, del clima in cui siamo immersi, monito e arma insieme — . Questo affinchè guardandosi in giro ogni uomo possa scegliere e scegliere bene, senza imbattersi in vicoli ciechi. E l’ultima traccia da lasciare è un monumento: un arco, che apre uno spazio aperto, ma indica inequivocabile una strada, un’uscita — forse un’entrata! — che indica un ideale, uno scopo raggiunto, un’invito. Non è un’ara o un altare, ma è proprio uno spazio vuoto, — potrebbe essere di rami intrecciati, lasciamo ad altri il nobile marmo, — per non entrare e uscire dalla storia come bestiame, soggetti ad un triste statuto che non abbiamo saputo affrontare e in qualche modo modificare, ma nemmeno prendere in consapevolezza… C’è un’enorme comunità metaspaziale e metastorica che ha tracciato percorsi ed archi, che si è opposta alla tirannia, al dolore, al male e ha lasciato grandi monumenti, meravigliosi e ferventi. E ci invitano a proseguire su questa strada, a liberare quello che noi abbiamo visto e che loro a loro volta, nella loro epoca, avevano potuto vedere: tanti punti in un cielo blu scuro circondati da tempi e spazi intersecati. Ma siamo noi a vedere quello che sta a noi vedere: attorno fisicamente gli altri vedono ben diverso, e questa è tutta altra potenza! Possibilità di vedere, di vedersi e di, in un certo senso, avere orizzonti amplissimi, di tanti e tanti gradi, che vanno oltre ogni distanza e ogni tempo. Sembra una cosa fantastica allora essere in vita, altro che nessuna gioia possibile, altro che dolore! Polvere, colori, lampi e luci che si mescolano in uno spettacolo illimitato, melodie di ogni tipo componibili… Parole, frasi, l’infinito è proprio qui! Il punto sta nel non essere schiavi della contingenza: fissare obiettivi, percorrerli fino in fondo con il massimo rispetto per sè e chi si ha attorno, integrità e capacità di “gettarsi sulla destra il mantello come uomo libero”. Ma insieme immaginare, sfruttare la forza del desiderio ma non lasciarsene dominare, così da non renderlo puro strumento di calcolo e di condizionamento finale. Esso dice il vero, ma diverso è il volere selvaggio di un animale e il desiderare accorto e onesto di un uomo, che prima di tutto desidera di essere soddisfatto davvero, non sviato in perversioni e attimi comprati a caro prezzo morale. Per quanto possa esistere anche questo. Infatti siamo liberi davvero: possiamo scegliere di percorrere un percorso, o di entrare in una città già oppressa ed opprimente da cui uscire sbattendo una porta. Città, contro percorsi appena segnati, abbozzati amichevolmente e con fiducia in sè, così da averla nel proprio compagno di viaggio, anche se calpesterà la nostra stessa orma cento anni dopo: è egualmente nostro compagno, così come lo sono quelli che hanno riempito di piccoli puntelli di luce la segnavia che noi percorriamo, e possiamo ben deviare, e con lo stesso spirito tracciare nuovi segni. Fino a costruire il nostro personale arco di trionfo. Entrambi i due modi di essere appartengono all’uomo, ne ha diritto, poiché è stato gettato nel mondo, non ha avuto scelta, perciò può disporsi ormai atterrato come meglio lo aggrada… Anche se ci sono tante indicazioni che trascendono il tempo e lo spazio e cantano consigli valorosi. Gli altri, gli altri sono parte del tutto, pure noi. Infatti da grandi città escono grandi conquistatori e dalle strade più selvagge emergono grandi città, talvolta. La differenza sta nel fatto che in città si vive tra i propri simili, schiacciati e incanalati; nei percorsi naturali ci sono altre priorità, ma ciò non significa il disinteresse, anzi ce n’è il massimo, solo non emerge con una affettata e inquietante forza… Infatti anche lì ci sono poi certi compagni di viaggio fissi: le stelle nel nostro orizzonte: quella rete nella rete che si estende e parte da noi, noi parte del nostro tempo, del nostro spazio, con ciascuno un’universo aspaziale e atemporale attorno. E in questa infinita complessità emerge con incredibile potenza la diseguaglianza! La potenza stessa, ciò che permette la giustizia, che induce ad un criterio per giudicare, e che ci spinge a cercare un orizzonte comune su cui costruire la convivenza dei contrari: una mescolanza ancora, che unisce ogni contrario al suo contrario. Tutto ciò si origina però dalla differenza, senza di essa non c’è nient’altro che l’uguale sempre a se stesso. La morte dell’arte, della vita, della libertà. È pericoloso questo potere e la storia lo ha ben mostrato eccome, infatti la differenza esiste di per sè, ma quello che si deve fare nella realtà, è costruire il giusto criterio per il darsi di una differenza tutta umana che non danneggi nessuno.

Post-scritto

cosa vuol dire allora costruire un’arco di trionfo? Significa concludere la propria strada con un segno tangibile di cosa essa ha significato per noi, di cosa può produrre se seguita con la giusta costanza e fiducia. Ma insieme non obbliga, anzi, invita l’occhio a guardare oltre, sotto alla volta, la strada che è ancora aperta. L’arco è come il bastone che attizza il fuoco, lo stimola ad accendersi ancora di una differente e sempre nuova potenza. Ci sono molti archi da osservare, sulle nostre strade ne incontreremo di diversi, e sulla base della loro suggestione costruiremo a nostra volta una rete di movimento disperso, che supera ogni barriera e giunge dovunque esso vada. E lì troveremo altri archi, che ci incoraggiano sulla giusta intuizione, o lo spazio vuoto, da colonizzare con il piede fermo, poiché alle spalle abbiamo tanti ad acclamare la prosecuzione del loro percorso che ci daranno la forza che possono con le loro aspirazioni.

Il potere della storia sta in questo, la grandezza del soggetto sta nel vedere e percorrere questo immane metauniverso con la giusta luce negli occhi. E quando questa di spegnerà, se saremo ancora in vita consideriamoci maledetti! Se saremo morti, sapremo, attraversato quell’ultimo squarcio, voltandoci indietro, se solo una porta a molla starà sbattendo, o se tutto un mondo si sarà compiuto, affinché la natura continui a sprigionare la sua potenza in costante trasformazione e movimento.