La naturalezza

Quell’uomo stava marciando a grandi, troppo grandi passi verso la morte… Ma pure, si rifiutava di morire. Era di una forza di volontà abissale. Avreste dovuto sentirlo, mentre diceva: <<Ma io sto bene, non ho assolutamente nulla, vedi: mi alzo ogni mattina, vado a fare la mia passeggiata, continuo a dipingere e pure i miei studi su Vermeer procedono a gonfie vele! Come puoi credere che qualcosa non vada bene?>> con un sorriso onesto, aperto, si slacciava la camicia e mostrava una sua vecchia cicatrice. <<Vedi questa?>> diceva, e raccontava ogni volta la stessa storia, con una ostinazione commuovente… <<Qui è la cicatrice di quell’operazione al cuore che feci 3 anni fa. Dovevo morire… Hahah morire io! Capisci?>> Una lagrima gli scendeva dall’occhio destro, come per il riso: se l’asciugava con forza. Proseguiva, <<Eppure eccomi ancora qui! Fino a che avrò energia, finché la mia anima potrà continuare a dipingere, io sarò vivo! E lo sai, ricordi no? Quella volta che avevo avuto la complicazione prima dell’intervento, dipingevo a letto! Eccome se dipingevo! Feci delle opere meravigliose.>> Si fermava un attimo. Guardava l’orizzonte, dalla sua finestra panoramica e sospirava. Poi accendeva il suo viso, di un’espressione di quelle che vediamo sul volto di chi stia per compiere una grande impresa, e abbia faticato e vissuto ogni istante della sua vita, il volto di chi pensa ad ogni complicazione: “ho già fatto ben altro, ora non resta che questo, sono pronto”: il sole baciava tutte le sue precedenti grandi imprese e una goccia di sudore sottolineava la sua espressione leggermente accigliata, concentrata. <<meravigliose opere>> ripeteva a mezza voce. Sorrisi, sorridevo ma dentro di me ero a pezzi, vedevo sul suo spirito un dolore immenso, che premeva, ma non riusciva a farlo cedere. Gli chiesi: <<Ma certo, vecchio mio. Lo so che tu resterai qui per ancora mille anni, nemmeno lo spegnersi del sole potrebbe congelare la tua carcassa! C’è qualcosa che posso fare per te?>> Sorrise, riconoscente. Mi chiese di portargli ancora alcuni colori, poiché quelli che aveva stavano ormai finendo ed erano tutti spremuti. Acconsentii. Mi chiese di portargli i migliori che avessi, anche dell’acqua. Gli porsi il mio ultimo bicchier d’acqua, che chiedeva sempre ai suoi ospiti prima che se ne andassero, e lo salutai. Il giorno seguente gli portai i colori, niente acqua. Incerto me ne andai… Sembrava però più sano che mai, aveva una grande pace negli occhi di un azzurro profondo come il ghiaccio. Una settimana dopo appresI la tragica notizia della sua morte. Era morto dopo aver rappresentato il suo ultimo capolavoro: mi avevano raccontato che il suo corpo giaceva seduto, su una poltrona di fronte ad un grande dipinto. Quel dipinto rappresentava un magnifico edificio, con un impressionante numero di dettagli. Aveva una particolarità: sembrava essere stato costruito dall’alto. La base era costituita da quattro cubi del colore della spuma di mare, non grandissimi, ma che avevano l’aria di essere resistenti più di ogni altro materiale mai pensato. In cima al magnifico palazzo, che si ergeva in una distesa dorata, con in lontananza torri più o meno alte, si poteva vedere una finestra. Da quel piccolo spiraglio stranamente avvicinato dalla prospettiva, si poteva intuire un uomo affacciato che guardava, come lui, l’orizzonte. Le altre torri erano seppur lontane, denotate da una precisione maniacale… Ai piedi del dipinto si vedeva la scritta: <<Quassù la luce del sole è talmente forte, che la polvere non si riesce nemmeno a immaginare. Grazie di tutto, arrivederci>> In ginocchio, mi misi a piangere. Era l’opera più meraviglia che io avessi mai visto. Da quel giorno, non vidi più le strade, le macchine sfreccianti, i telegiornali in tv; non sentivo più i discorsi sconclusionati di chi si nasconde, e non vuole dire un significato, preferendo sacrificare il suo interlocutore, tentando di trascinarlo nel proprio grigiore, quel grigiore del non voler riconoscere ciò che è giusto da fare, ma forse, non conviene, proprio a chi cerca un complice di cui compiacersi; non sentii più i tanti applauditi sproloqui di chi, senza scrupoli, si accaniva contro chiunque perché non aveva un codice morale su cui contare, nè quelli di chi, senza farsene uno, pretendeva di imporre i suoi progetti ai suoi uditori, senza chiedersene il perché; ma vedevo le foglie tenere degli alberi, vedevo il sorriso di mia moglie appena sveglia, il suo sbadiglio leggero… Mi rendevo conto di amarlo come il suo più sottile dettaglio, sentivo ogni emozione amplificata, ogni contatto fondamentale: la pietra su cui tanti avevano camminato prima di me, l’acciaio che i grandi inventori ci avevano donato, la carne, frutto di quel magnifico mistero che è la vita… Quel dipinto racchiudeva il segreto del mondo: la naturalezza. Ed ero stato così sciocco a non averlo mai riconosciuto, pur avendolo avuto per tanti anni sotto agli occhi.

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