Un fiore meraviglioso

Dei fiori meravigliosi. C’era una piccola pianta nella oscura foresta di Hol… Sola, tra mille alti alberi, intricati, con la corteccia nera, lugubri come strani ombrelli da sole. Nemmeno un raggio di luce arrivava a toccare la piccola pianta, ma questo non era abbastanza per ucciderla! Aveva come una sua luce interiore, che segnalava, docile, i suoi canali linfatici. Il punto più luccicante, amorfamente magnifico, era il fiore: emergeva, come un sole, dal verde scuro della selva. Aveva una forma allungata, con petali appena arricciati, bianchi. La corolla era dipinta da alcune vene dorate e il suo profumo era… Dolcissimo. Un solo uomo, con la sua lanterna era arrivato a vedere quel fiore. Oltre i rami intrecciati, oltre i rovi taglienti, oltre le bestie terribili che animavano la foresta di Hol, lui aveva trovato quell’unico fiore. E ne aveva raccolto dal terreno tenero i semi. Il mondo intorno alla città di Hol non era meno oscuro e terribile, ma la convinzione di far emergere un fiore magnifico dal buio era ormai accesa negli occhi di quell’uomo. Cosa poteva aspettarsi promettendo piante senza luce? Risa, scherno, incomprensione… Nessuno capiva come quella promessa di luce fosse come quegli impegni fantasiosi, ma tanto sinceri e sperati, che gli amanti si scambiano cuore a cuore. Con le dita intrecciate, l’aveva promesso alla sua amante, il suo raggio di luce, lei, che era obbligato a contemplare per ore, prima di potersi addormentare tranquillo, con ancora quel suo neo, appena sfumato, posto tra la bocca e lo zigomo destro, negli occhi della mente. Chiusi. A volte lei gli chiedeva: “Cosa cerchi? Perché ti piace tanto il mio viso?” Una domanda dolcemente oziosa, innocente e già riempita, che seguitava a domandare come per tradizione, con amore. E lui rispondeva sempre lo stesso, ogni volta con lo stesso sorriso che tanto lei ammirava: un viso chiaro, gli occhi ancora fissi sulle sue labbra che salivano ai suoi occhi, e la voce, appena accennata che diceva: “cerco te, non lo capisci? Il tuo viso rispecchia la bellezza di questo mondo, il motivo più importante per scriverlo, ah, se solo potessi stamparmelo in testa questo viso… Ma l’ho già in testa, eccoti qui… Ti amo … ” non diceva mai il suo nome, lo teneva celato ma visibile, dietro ad ogni suo respiro, e a questo punto, lei correva alle sue labbra e in un sussurro lui rispondeva il suo nome. Quando l’uomo della lanterna cominciò a coltivare il suo fiore, era inverno, la neve riusciva a malapena a toccare le oscurità della terra, troppo nero l’aveva deturpata. Ma in una stanza buia, dall’alto di una torre, l’unica fonte di calore ancora ammessa su questa terra, o meglio, l’unica fonte di calore autentico su questa terra: l’abbraccio dei due amanti, scaldava un piccolo seme in un vaso, sotto la terra nera, la stessa terra del bosco di Hol. Il tempo passava, — come se fosse una novità… — e il terreno veniva pian piano avvolto carezzevolmente dalle radici del seme del piccolo fiore, che germogliava piano, fedele alla terra, come pian piano era sorto, spontaneo, l’amore dei due amanti. Non erano andati a caccia loro, non avevano famelicamente messo le radici in un terreno qualunque, ingannandosi con un fine troppo vicino, quando invece ce n’era un’altro, ben lontano, che avrebbero avuto paura a realizzare: no. Il loro fiore era tanto luminoso, come quello che dalla boscaglia di Hol era stato coltivato. Stellare in mezzo al buio, lucente contro i pianeti rocciosi e sterili. Quando la terra fu abbastanza sottile, il germoglio venne alla luce, o meglio, venne alla luce in un regno di buio, con la sola compagnia dell’amore, dei due amanti. Splendeva già, appena di una tenue luminescenza… I due amanti consacrarono il loro legame alla natura, a quel solo piccolo fiore. Si promisero che, il primo che sarebbe morto, il primo che sarebbe tornato alla natura, avrebbe seppellito l’altro nella terra, nel bosco di Hol, accanto all’origine della luce, nel punto in cui quel primo fiore luminoso, dal buio, aveva preso a germogliare. Era stato il primo a formularsi quella fatidica domanda: “perché dobbiamo vivere nella finzione? Perché dobbiamo credere che quello che abbiamo di fronte è falso, brutto, dannoso, quando siamo solo noi a renderlo tale?” E così, pian piano, non fu l’unico a dire: “No, io mi rifiuto, io vedo qualcosa di buono, io vedo la luce in quell’orrendo bosco oscuro… Lo so, ne sono certo, noi possiamo incidere sulla storia, noi possiamo fare in modo che l’uomo si liberi dalle strutture che lo imprigionano… L’uomo può liberarsi dai falsi problemi, solo ritornando a contatto con la naturalezza, con la spontaneità. Con la vita. Riscoprirà la sua anima quando saprà vedere in una pietra l’intero universo e quando saprà rispettarla di conseguenza. Così ogni singolo essere umano.” E quel fiore, che lentamente, con la giusta misura, cresceva nella stanza dei due amanti, simboleggiava e diffondeva questa luce. Il villaggio non era più un luogo oscuro, il mondo non lo era più! Non solo nella foresta di Hol ormai spuntavano fiori meravigliosi nel buio, i più meravigliosi fiori che l’umanità avesse mai visto sulla terra. Quando gli uomini se ne accorsero presero brutalmente a tagliare, ad avere paura di quei fiori… Loro non capivano quella luce, non avevamo mai sussurrato guardando il suo viso il suo nome… Non avevano mai contemplato viso contro viso l’uno l’anima dell’altro… Cercavano di farlo, ma nel modo scorretto e la loro speranza marciva come una pianta in una palude. Quando l’uomo della lanterna vide lo scempio che l’umanità aveva fatto ai loro stessi fiori si fece scuro in viso e pianse amaramente, guardò la sua amante e disse, come in un addio: “questa faccia non è per te … Per noi non si spegnerà mai quel fiore” lei lo accolse e lo strinse forte tra le sue braccia: non lo aveva mai amato come in quel momento. Da quel giorno, insieme, in quella stanza, ricominciarono a coltivare il fiore, e appena essa fu sfolgorante di luce, aprirono le finestre, poi, per mano, ritornarono alla natura. Il mondo aveva di nuovo un sole. La luce si propagò fino ai più remoti angoli della foresta di Hol e si riunì al canto del primo fiore, che generosamente era stato piantato: nessun’impresa era stata vana, molti più uomini ricominciarono a vedere la luce, e cominciarono a coltivare lo stesso fiore. E così, la natura riprese a carezzare la terra. E così l’uomo riprese a vivere come in un abbraccio, un abbraccio insieme di amore e naturalezza.

[mi scuso con i lettori se sto pubblicando meno in questo periodo, ma presto comincerò gli esami all’università e il tempo libero scarseggia… Tuttavia ogni occasione che troverò per scrivere sarà vissuta al massimo. Grazie del sostegno e a presto su *DustItOff*]

-A.C.

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